Vinicio Capossela incontra Tom Waits

Tom WaitsFirenze 1999 Vinicio Capossela trascorre 4 piani di ascensore insieme a Tom Waits, dal libro “will years la vita e mito di Tom Waits”, Vinicio scrive:

Quarto piano:

Lo sappiamo tutti che razza di posto è un ascensore. D’albergo poi. Uno dei quei posti in cui ti senti in imbarazzo anche a guardarti nello specchio da solo. forse è perchè a meno di un braccio si infrange ogni distanza di sicurezza, che si entra nello spazio vitale, che ci si può tirare anche un pugno, che ci si sente cosi stretti, e li dentro per via degli specchi c’eravamo in sei. Tom Waits, suo fratello, sua cognata, la moglie, io e tutta la famiglia di Benedetto.

A quel punto iniziai a sentirmi come Rupert Pupkin in Re per una notte, quando entra nella macchina di Jerry Lewis e tu non puoi smettere di sentirti male per lui solo a guardarlo, insomma, come quando sei davvero invadente, come quando ti siedi a tavola senza essere invitato, solo perchè  c’hai fame ti sembra stupido lasciarlo vuoto. Però mi dicevo propriamente, almeno ci sono quattro piani per spiegarsi.

Per prima cosa mi resi conto della figura della moglie…

S’ingigantiva mano mano, si gonfiava, prendeva forma fino ad occupare tutto l’ascensore come il genio custode della sacralità, del tempio della vita privata.

Senza nemmeno voltarsi aveva già capito lo scippo che le stava arrivando addosso. Non batteva ciglio, le bastavano gli occhi per tutto. Ne sentivo la presenza dalla temperatura. Per pudore evitavo di guardarla, però poi il rum da torta per dolci sbriciolò anche quell’ultimo argine inzuppando e inzaccherando quel che rimaneva della mia dignità di savoiardo.

blasfemo, immondo come un mostro marino che emerge nel suo abominio e si offre allo sguardo le buttai le cornee di tutti e due i miei occhi di lumaca addosso, e dal pavimento di cicche della terra salii su fino ad arrivare al solo lato che offriva del volto.

Aveva il profilo severo, tagliente, affiliato e spazientito. Quasi a colmare quell’abisso di scomodità e fastidio fui tentato di afferrarle le mani anche a lei come Di Benedetto, ma almeno a quello ci rinunciai.

Lei intanto continuava a guardare avanti impassibile, come se avesse un intero panorama a disposizione, con la faccia a 15 centimetri dall’alluminio, concentrata su qualcosa da cui eravamo esclusi tutti.

Terzo Piano

Glaciale, stellare, non rivolgeva lo sguardo nemmeno al marito, ci aveva messi forse tutti e due nella stessa comunella. Sembrava voler dire con te facciamo i  conti dopo. Guarda qua. Te li tiri dietro proprio tutti tu!!

Lui se ne stava a quel punto appoggiato, rassegnato con la testa abbassata come per un colpo di sonno.

per fortuna che l’ascensore non lo guidava lui, che rimaneva cosi ciondolante, e intanto e me veniva il dubbio che forse ero io con le mie argomentazioni a fargli questo effetto.

E che diavolo!! Mi stava mettendo in imbarazzo! Questo non era regolare! Normalmente funziona che uno è invadente ed è l’altro, l’invaso, che si imbarazza, ma siccome a lui sopra gli pioveva e sopra gli scivolava ero io a sentirmi infracidato.

Insomma sentivo vacillare tutti gli argomenti, e mentre provavo a investirlo della mia confessione, fui colto da un moto di estrema fiacchezza, mi sentii esausto, lasso. E allora mi tornò alla mente mio padre.

Mio padre che anche nel sonno del pomeriggio, dopo il turno di notte in fabbrica, si svegliava sudato, di soprassalto, e tutto felice e stordito ci informava che gli era apparso in sogno Celentano. E quando poi gli capitò l’occasione  che aveva atteso tutta una vita, quella di parlate a tu per tu con Adriano Celentano, e se lo trovò davanti vestito anche da Adriano Celentano, dopo due minuti esaurì gli argomenti e per riempire il vuoto azzardò: “Bè a casa tutto bene?!

Ecco com’è! Tale padre tale figlio, imprecavo io. Accidenti, lo vedi? La Malacomparsa non si crea da sola. E’ ereditaria come la dote.

Secondo Piano:

E intanto però mi affannavo, riprendevo l’arringa e pensavo, però un poco mi capirà, va bene la figuraccia ma in fondo…è un artista anche lui!

L’artista che ha infettato la mia immaginazione. Che poi, insomma, questo era quello che avevo da dirgli. Delle sue responsabilità, dei suoi figli illegittimi.

Dovevo raccontargli dell’incontro che aveva cambiato la mia vita, però più scendevano i piani più mi rendevo conto che non era cambiato un cazzo!

Raccontagli di quando lui, nel 1986, partecipando a un festival di un club di custodi della canzone d’autore in 45 minuti aveva investito con lo spostamento d’aria di tutte le sue strade, di tutti i suoi tir, le sue pistole di Gun Street, una platea e in mezzo a quella anche un ragazzo, e di come ne aveva fatto un disadattato all’istante.

Ah, che concerto! Arrivarci con la macchina a gas, e metterci più tempo di lui. Vedere la sua faccia, il suo cappello su un cartellone, e poi guardare questa figura sul palco che  si muove come nessun altro al mondo, così anche solo camminando, eppure esattamente come tutti i vecchi tignosi che conosci da sempre. Investire tutto il teatro con la voce, non lasciare intatta nemmeno una sedia, nemmeno una parete.

Sentire tutto questo a 21 anni, rimanere bruciati da tutte le strade che non avresti visto, da tutti i delitti a cui non avresti preso parte, da tutta la gioventù, la più epica, quella che riempie il petto del cofano di una macchina. Ah tutto lì così, assoluto e chiaro per 45 minuti di Rappresentazione, e poi, una volta finito, non trovarci più niente là fuori di quelle strade.

Ah certamente, se non fosse stato per lui, lo posso dire, non sarei andato da nessuna parte. Però anche se fosse stato per lui.

Primo Piano:

Allora mi tornò in mente quando da piccolo ti chiedono: cosa vorresti essere da grande? E tu rispondi: musica. E perchè? Perchè la musica è una cosa che quando c’è è così presente che ti possiede del tutto, però al tempo stesso non esiste. Non è da nessuna parte, la musica.

Non può essere presa. E’ un fantasma.

Il problema con Tom Waits è che la sua musica non si accontenta di starsene in quell’anello di Saturno che le compete, quel pulviscolo inconsistente che sta intorno al corpo di piombo di Giove, della magagna terrena!

No, non vuole lasciarti in pace. Vuole scendere a terra, nella vita, e dargli addosso, vuole prenderne parte. Vuole qualcosa in cambio.

Non è sufficiente ascoltarla, quella sua musica, godersela, portarsela a spasso, farsi con lei una sveltina nello stereo della macchina…no, no, quella s’invena nella vita, e ti vuole far vivere a modo suo, fino a trovarsi davvero su quei camion, dentro quel motel.

Anzi, ora ce l’ho finalmente chiaro. L’invadente è lui.

Le sue canzoni sono il cavallo di Troia con cui entra nella tua vita e si impadronisce della tua persona!

Non si accontenta di farti da sottofondo, da colonna sonora dei fatti tuoi. No! sei tu che se non stai attento diventi la colonna umana della sua musica!

Tom Waits è come la bibbia. Non ti intrattiene, ti convince.

Diventi un credente. E poi ti ci vuole l’esorcista!

Magari gli piacerebbe fare la parte del ladrone, ma si fa ascoltare come il messia.

Qui non siamo più nel mondo dello spettacolo, qui siamo vicini ai riti vodoo, alle credenza popolari. Ti mette il malocchio addosso, e te lo mette per levarselo lui, che così può rimanersene a casa in pace a occuparsi degli affari suoi.

A pensarci bene è la tipica persona che ha capito la rogna che ha addosso, e se non la passa agli altri è fregato.

E’ come per i vampiri, una volta che sei morsicato non si torna indietro, puoi solo morder qualcun altro. Ti sembra che ti guarisca e invece ti sta attaccando la sua malattia.

Ti appelli a lui. Ti senti solo? Ascolti le sue canzoni e poi lo diventi davvero.

Dicevano gli antichi: “Per ascoltare i grandi, bisogna avere animo da grandi, per non finire col vedere in loro in nostri stessi piccoli confini”.

Però qui bisogna averci anche la pelle dura. La muta da sub. C’è la rogna di mezzo! Quelli si grattano e te la buttano addosso.

Non è più questione d’intrattenimento. C’è di mezzo l’infatuazione, caro Albert. Anzi, già che ci siamo forse dovresti cambiare sottotitolo al libro e metterci l’accento giusto.

“La vita è il mito di Tom Waits

Quello che tocca lo vedi, diventa mitologico, anche una figuraccia in ascensore.

Piano Terra

A quel punto la porta finalmente si è aperta, ha offerto il sipario della vita di nuovo in tutta la sua ampiezza.

Soltanto allora ho capito dove dirigeva lo sguardo Kathleen Brennan. Fuori. Alla strada sua. La deviazione laterale, non l’ha vista nemmeno.

E’ uscita con fierezza e il profilo del pesce spada, ha solcato le porte come onde e ha proseguito spumeggiante, in libertà come riguadagnando il mare aperto del marciapiede, e già era oltre, nel taxi, e oltre, oltre l’oceano del ritorno e oltre ancora…

Dal canto mio ho rinunciato subito a proseguire.

Tom Waits, finalmente, si è rilassato e mi ha sorriso,cosi da uomo a uomo. Il sorriso grato di chi può tornarsene nel proprio.

Anch’io a dire il vero mi sono sentito meglio, sollevato da tutta quell’inadeguatezza. Mi sentivo come dopo la fine della messa.

Come dopo il matrimonio di un parente.

Ciononostante già lo rimpiangevo. Mr Waits..wait a minute..e quasi a trattenerlo come un miraggio che si squaglia, ancora gli aggancia la mano con tutte e due le mie. Solo a quel punto si è presentato, solidamente, ha salutato, e anch’io alla fine, a mia volta, automaticamente gliel’ho detto.

Piacere Di Bendetto!

Be Sociable, Share!

One Comment to “Vinicio Capossela incontra Tom Waits”

  1. camilla ha detto:

    “Non è sufficiente ascoltarla, quella sua musica, godersela, portarsela a spasso, farsi con lei una sveltina nello stereo della macchina…no, no, quella s’invena nella vita, e ti vuole far vivere a modo suo, fino a trovarsi davvero su quei camion, dentro quel motel.” Vic queste parole descrivono anche la TUA musica..grazie.

Leave a Comment