Marinai Profeti e Balene – Vinicio Capossela

Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela Marinai Profeti e Balene, il nuovo doppio disco di inediti di Vinicio Capossela.

I temi esistenziali della grande letteratura di mare sono qui evocati da una complessa architettura musicale, da arrangiamenti che sono una vera e propria colonna sonora dell’immaginazione e dall’asciuttezza atavica della musica cretese.

Molti e insoliti sono gli strumenti utilizzati: le percussioni indonesiane gamelan, la viola d’amore barocca, il santur, le onde Martenot, il theremin, la sega musicale, l’ondioline.

A sostegno della voce, una grande varietà di cori: da ciurma (i cosiddetti Drunk Sailors), di voci bianche (Mitici Angioletti), ancestrali (come quelli di Valeria Pilia e le donne sarde di Actores Alidos), classici (il Coro degli Apocrifi, una formazione di 16 elementi) e anni Trenta con “special guest” le Sorelle Marinetti.

Nella ciurma storica di Capossela risaltano il braccio elettrico di Vincenzo Vasi e i plettri di Alessandro Asso Stefana. Ma anche gli ufficiali dei primi dischi sono stati richiamati: Jimmy Villotti (chitarra), Ares Tavolazzi (contrabbasso), Antonio Marangolo (saxofoni).

E uno stato maggiore di ospiti illustri: i newyorkesi Marc Ribot (chitarre) e Greg Cohen, il brasiliano Mauro Refosco (percussioni), una ragguardevole rappresentanza di solisti della Scala, il tanguista-rockero Daniel Melingo; i patafisici catalani Cabo San Roque, creatori di bizzarre orchestre meccaniche; e il patriarcale Psarantonis, ovvero Antonis Xylouris, lo “Zeus con la lira”, leggenda vivente della musica cretese.

Vinicio Capossela ha costruito lo scheletro del suo Pequod a ottanta metri a picco sul mare. Con il gesto proprio di Fitzcarraldo, ha fatto issare fin sul Castello Aragonese di Ischia un pianofortecapodoglio degli anni 30 – un Seiler, tanto per restare in tema. Lassù, solo i gabbiani e gli spettri del mare hanno assistito alla registrazione dell’ossatura.

Con lui, una “picciola compagnia” formata dal maestro d’ascia e arrangiatore Stefano Nanni e dell’armatore sonoro Taketo Gohara. Il fasciame è stato preparato negli studi di Radio Capodistria; l’alberatura a Berlino e a Creta, fiocchi e vele nei neonati studi de La Cupa, a Milano, mentre messaggi in bottiglia andavano e venivano attraverso gli oceani.

Il vascello ora è pronto per il varo e per il tour di presentazione.

Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela Marinai Profeti e Balene

Un’antica metafora vuole che nel temerario navigare gli uomini trovino virtù e conoscenza, e che là, sullo spaesante mare, cioè lontano dalla terraferma e dalle ferme leggi degli uomini, meglio comprendano la loro esistenza e il loro destino.

Marinai, Profeti e Balene ci porta con sé su quelle rotte estreme, ci dice che è tempo di mettere noi per l’alto mare aperto. Si tratta, beninteso, dello smisurato mare immaginario di Vinicio Capossela, quello che alcuni libri immortali hanno popolato di favole, spettri, voci e creature fuori scala.

E diconsi qui immortali i libri che continuano a sospingere i viventi verso mete che li oltrepassano.

Figlio della lunghissima immaginazione occidentale, Vinicio è stato spesso il fededegno Ismaele di burrasche e naufragi.

Stavolta invece si volge alla sostanza mitica della sua vita e vi vede una verità intollerabile. Quale sia, lo dirò alla fine. Intanto, godiamoci la crociera.

Ecco subito gli oceani ottocenteschi di Conrad e di Melville, squassati da prediche, da incubi freddi, da volti gravi come suoni d’organo; ed ecco il mare rapsodico di Omero, con la sua aria da kolossal, il suo eroe illuminista e i suoi dei fenomenali.

Ovunque incombe l’oltremare dei presagi, attrazioni locali che influenzano le bussole di chiesuola di chiunque navighi nell’apparente anomia del finimondo. Ascoltiamo le voci veggenti di Tiresia, del carenato Padre Mapple, delle retrospettive Sirene. E quella biblica di Giobbe, col suo bell’acciaio martellato di dolore.

Da sotto la superficie specchiante delle acque, risuonano gli abissi disneyani di Céline e sospira in apnea il tentacolare Polpo D’Amore. E finalmente affiora Lui, il più grande di tutti, il più terrificante e il più richiesto: il mostruoso Leviatano, l’orrenda balena senza colore, incarnazione del male assoluto!

Ed ecco ancora le voci di Lord Jim, Billy Budd, Odisseo, Calipso, Polifemo, l’Aedo, le Pleiadi… tutte incastonate in una fantasmagoria di ballate, gighe, prison songs, canzoni da giaccone, da peplo, da uniforme, da scafandro, o in pezzi di pura evocazione, brevi e perfette colonne sonore della vita tra i flutti. Anche i mezzi di bordo sono strabilianti: aulofoni, plettri atavici, flauti primordiali, lire cretesi, gamelan, ghironde, viole barocche, onde Martenot, macchine celibi, e cori, tanti cori, di tutti i tipi, le mille disincarnate voci del mare.

Ora, non so voi, ma io non conosco artista che più di Vinicio Capossela si sappia mettere al servizio dell’opera. Che sappia cioè intonare lessico, strumentario, scelta dei compagni e persino luoghi di registrazione, alla “cosa in sé”. Altri vi sapranno precisare i dettagli del Pequod caposseliano, del suo lento cantiere sulle rotte atlantiche e mediterranee, del maestro d’ascia, dell’armatore, degli ufficiali, dell’equipaggio.

Io vi dirò invece che l’illusione marina di Vinicio deve pur avere un briciolo di vero se ad intaccarla non bastano le corrispondenze con la tanto strombazzata realtà.

Una metafora più recente ci vuole tutti su una stessa barca, per giunta governata dalle leggi marziali di pochi, pochissimi uomini. I Marinai, i Profeti e le Balene di Vinicio, simboli di vita naturante e di epopea umana, ci dicono invece che siamo stati tutti mangiati dal mostruoso, plenario, capitale Leviatano. E qui dentro, finché ce ne stiamo buoni buoni, non ci sarà né virtù, né conoscenza e nemmeno un cazzo di destino. (Marco Castellani)
Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela

1. Il Grande Leviatano
2. L’Oceano Oilalà
3. Pryntyl
4. Polpo d’Amor
5. Lord Jim
6. La Bianchezza della Balena
7. Billy Budd
8. I Fuochi Fatui
9. Job
10. La Lancia del Pelide

1. Goliath
2. Vinocolo
3. Le Pleiadi
4. Aedo
5. La Madonna delle Conchiglie
6. Calipso
7. Dimmi Tiresia
8. Nostos
9. Le Sirene

Il grande leviatano

Essere precipitati nel ventre dell’oscurità, nell’umido tepore del grande, mostruoso Leviatano Capitale, dove non regnano né virtù, né conoscenza e nemmeno senso del destino. Cori solenni danno a questa visione biblica ispirata al grande ammutinato Jonà un tono da inno dei Padri Pellegrini. Il cammino dell’oscurità, l’espiazione del peccato, dello spreco della vita, viene invocato per innalzarsi dalla tenebra alla luce. L’inno sfocia in un autentico canto di baleneria, “The whale fish song,” così che il coro, da solenne , si fa canto di lavoro per uomini tali “da cacciarci la balena…” . Uomini che preferiscono cacciare il Leviatano piuttosto che esserne ingoiati.

L’oceano oilalà (rollin’ the whale)

Una giga da cantare, mentre anche le onde danzano a pecorelle. Un coro per farsi coraggio di fronte alla tempesta, di fronte al capriccio del fato, perché “succeda quel che succeda ,ci resta sempre la consolazione che tutto andrà come è già stato scritto. Dunque, che ci importa del tuono? L’oceano farà quello che vuole. Noi vogliamo del Rum, date un bicchiere di Rum!” Il timbro da festa da ballo è fornito dai bretoni Tinuviel di Guillame Souweine, dalla ghironda di Caroline Tallone, e dal coro da ciurma capitanato da David Muldoon (il Tom Waits del Naviglio).

Pryntyl

Musical fantasticante degli abissi, Ziegfeld Follies da bordello anni ‘30, anni in cui Céline ambienta questo soggetto per balletto o cartoni animati, intitolato “Scandalo negli abissi”. La protagonista è Pryntyl, una sirenetta che, una volta ottenute le gambe in cambio della coda , non esita ad usarle, sgambettando e cantando in sirenese.
Lo swing è assicurato dal gusto “Fiesta Snack” dei grandi veterani Antonio Marangolo (sassofoni e arrangiamento), Jimmy Villotti e Ares Tavolazzi, riuniti in questa sessione 20 anni dopo la registrazione di “All’1 e 35 circa”. Il coro flautato del corpo di ballo delle sirene è intonato dalle elegantissime Sorelle Marinetti. Vincenzo Vasi dà fondo a tutto il suo baule di suoni da animazione fantastica.

Polpo d’Amor

Il polpo in cerca di compagna apparso nell’ultimo disco dei Calexico, che al movimento dei suoi tentacoli avevano dato la musica, stavolta si ripresenta immerso in un suono più liquido. Accompagnato, invece che da trombe mariachi, da sezioni di claroni e mellotron e da percussioni acquatiche, nascosto dietro gli spruzzi d’inchiostro emessi dal tremolo della chitarra di Jimmy Villotti, l’abbracciante divinatore è più vivo e più solo che mai.

Lord Jim

La ballata al pianoforte avanza galleggiando sui Gamelan e le vele a ventaglio dell’oceano indiano, sospinta dai cori che, come in un western o in una tragedia, accompagnano l’eroe incontro al suo errore. Canzone sull’irrimediabilità dell’errore, sulla debolezza , sul carattere rivelato dal momento della scelta; sull’errare come conseguenza dell’errore. Qual è “l’uno di noi” da cui ci si separa e quale quello da cui si viene accolti? E’ “l’uno di noi” reso simile a Dio dall’aver mangiato dall’albero e per questo reietto in nome della conoscenza? Oppure “l’uno di un noi”, conciliante e auto-assolutorio in nome del “così fanno tutti”? Quello che poi gira la testa davanti all’ingiustizia, al crimine, alla bassezza, perché a questo basta la propria, comune, debolezza?

La bianchezza della balena

Un incubo reso in musica dalla chitarra allucinata che avanza nella tenebra dei ghiacci antartici; e che, come nel viaggio di Gordon Pym, si spinge fino all’estremo terrificante candore del bianco, fino all’abisso di nulla che si apre davanti alla macchia lattea del cielo.
L’aspetto ambiguo e sinistro del bianco ha il suono innocente delle voci bianche .La chitarra, scura, satura e scandagliante è quella di Asso Stefana. Gli accordi ribattuti si muovono in circolo, disegnati dall’insonnia del concertatore che ha collaborato alla stesura della musica, Stefano Nanni.

Billy Budd

Un blues duro, una prison song, da tamburo di sentenza e catene da esecuzione. La chitarra acida di Marc Ribot , qui principe del Mali, e il contrabbasso di Greg Cohen, mobile come un rettile a evitare i colpi d’incudine del mastro d’ascia Zeno De Rossi, accompagnano al pennone dell’impiccagione i terrori e i desideri dell’ultima notte di Billy Budd.
Billy, il bel marinaio, il gabbiere di parrocchetto, colui che nella nave sta più in alto ed è il più vicino al cielo. Simbolo dell’innocenza che non è in grado di difendersi, esempio della fallibilità della giustizia. Volto immolato al timbro protocollare della maschera che sigilla l’ordine costituito nella sua espressione più irrimediabile: la pena di morte.

I fuochi fatui

Il destino come la balena si riconosce dalla coda. Per quanto mandi sbuffi e segnali lo si conosce solo quando è passato.
Cori solenni accompagnano la manifestazione del soprannaturale, l’annunciazione e il compimento del Fato. Cosa ci spinge , come in un incantesimo, a obbedire, a soggiacere ad un destino che appare premeditato dalla nascita del tempo? Gli stati d’animo si alternano in azioni e riflessioni, come tempesta e bonaccia, fino allo scontro finale, l’urto con la mascella del mostro bianco. Il destino imperscrutabile che nel momento del suo compimento lascia dietro soltanto l’indifferente silenzio del nulla che precede la nostra nascita. La voce recitante di Ismaele, “il solo che – come nel Libro di Giobbe– si è salvato per potercelo raccontare”, è del Principe de las Tinieblas Daniel Melingo.

Job

Il lamento urlato contro il silenzio di Dio, contro la sofferenza senza causa e il trionfo senza merito,l’ammutinamento alla potenza senza giustizia che domina il nostro fato. Il Dio fuori misura dell’antico testamento, che deve nominare il Leviatano per mostrare la sua opera immensa, violenta e incomprensibile. La musica prende l’avvio come ballata salmodiante tra le pietre della terra di Uz e cresce nell’allucinazione elettrica e devastante, incalzando domande cui non verrà data risposta. Resterà la consolazione della polvere e della cenere. L’ebreo errante Marc Ribot sostiene l’urlo di Giobbe, accompagnato dalla tribù nomade degli Xilouris. Il testo è tratto dalla traduzione di Guido Ceronetti.

La lancia del Pelide

Un madrigale sulla ferita che l’amore infligge , quella che solo l’amato che l’ha inflitta può curare. La lancia affilata è la lira cretese di Psarantonis che produce il lamento della ferita. Il balsamo della guarigione è nella viola d’amore, nella carezza piena di partecipata tensione degli archi in quartetto di Edoardo de Angelis.

Goliath

La carcassa imbalsamata e ambulante della balena Goliath,portata in mostra come un freak show. Il suono della gigantesca ,smisurata “Maquina Mecanica” brevettata dai barcellonesi della França Xica , “Cabosanroque”, accompagna, assieme all’organo di barberia, l’esposizione del mostro innocente cavalcato dal cavaliere nano dell’apocalisse. Il loro arrivo libera dal tabù del non uccidere e dalla legge. Libera la violenza , l’anarchico disordine che prelude al silenzio della dittatura. La verità finale fatta di ossa: il Nulla, la Nada.

Vinocolo

L’ubriacatura del ciclope messa a fuoco attraverso la lente avvicinante del vino. Il vino ematoso, il vino di Màrone stuporoso, che domina e travolge cannibali e selvaggi, i barbari.
Una canzone sull’avvicinamento al diverso, che ha il suono della grotta del ciclope. Il ciclope che “non somiglia a uomini che mangiano pane , ma a picco selvoso che se ne sta in disparte dagli altri”. Gli echi e i suoni dei versi gutturali accompagnano l’incontro col “Nessuno da niente”, il piccolo uomo tessitore d’inganni che vince ed abbatte la maestosa , fragile , mostruosa innocenza della natura primigenia. Chitarre elettriche da “peplum” di Asso Stefana, ance e flauti da baccanale di Mario Arcari, voce recitante in greco antico e respiro ritmico di Psarantonis.

Le pleiadi

L’armonia delle sfere studiate da Keplero. I movimenti celesti riprodotti dagli strumenti (arpa, archi, onde) accompagnano come costellazioni la navigazione del pianoforte a vela, dal castello di pietra nel mare omerico fino alla parte di sotto del cielo , dove domina la croce del sud. Un brano plasticamente sospeso che ruota intorno a una tonalità fissa per esprimere gli inganni e i simulacri generati dall’attesa. La distanza siderale che la vita pone tra i destini degli amanti.

Aedo

Registrato a Creta, seduti in cerchio come in un “klephtikos”,con l’ensemble famigliare di Psarantonis, l’ultimo della stirpe degli aedi, lo Zeus con la lira. Una ballata che viene dall’antichità, che attinge al tempo mitico in cui non esiste divenire. L’aedo non canta la sua storia , ma una storia che riguarda tutti. Il tempo della memoria custodito dalle Muse cui solo l’aedo cieco al mondo può accedere “come se avesse visto , come ci fosse stato”. “Soffri e impara e imparalo a cantare” è il compito prefissato per tramandare le sventure che danno gloria al canto.

La madonna delle conchiglie

Al tempo in cui gli Dei abitavano tra gli uomini, ogni naufrago, ogni straniero, doveva essere ben accolto perché in lui avrebbe potuto celarsi un Dio.Tanto più una statua di legno restituita dal mare, con la pelle dipinta di un altro colore. Allora come oggi è più facile essere accolti come Dio che come uomo. A un Dio si ha sempre qualcosa da chiedere, e non ha bisogno di permesso di soggiorno o passaporto.
Ispirata alla santa Restituta venerata in Ischia, e alle tante madonne protettrici di naviganti , questa marcia da carillon di automi è accompagnata da un ensemble di grandi conchiglie suonate dallo specialista Mauro Ottolini, dal clavicembalo barocco e da un corpo bandistico ondeggiante da processione su barche.

Calipso

Gli incantesimi di “colei che nasconde”, il tentennamento in bilico tra lo sparire e il restare , il languore, la clandestinità, l’indugio, sono i temi di questo calipso in setticlavio , i cui continui cambi di tonalità seguono la mutevolezza d’animo dell’uomo che di giorno piange su uno scoglio e la notte gode dell’indugio e della festa dei sensi.
L’incantamento lussureggiante dell’isola dove non cambia mai stagione , la sua vegetazione frondosa da isola dei morti è data dalle percussioni di Mauro Refosco. Il coro delle ancelle è delle Donne sarde di Actores Alidos. La ripetizione circolare e reiterata della musica allude alla tentazione dell’immortalità. Quell’immortalità che si acquista dalle coppe d’ambrosia ,che forse è soltanto “dimenticarsi degli uomini e che gli uomini dimentichino me…”

Dimmi Tiresia

Una ballata ancestrale per scavare una fossa nella terra, versarci del sangue, fare apparire i morti e interrogarli, al suono delle stampelle ritmiche della marimba e delle ossa. La lira di Psarantonis provoca l’apparizione del grande indovino a cui viene da chiedere se è meglio sapere o non sapere, se la nostra donna ci è fedele, se è bene partire o tornare. L’indovino paga il prezzo del suo conoscere con la solitudine. “La conoscenza è distanza che separa, quello che io ora so , quello che tu non sai, questo non si potrà colmare mai.”
Il suono dei plettri, il vibrare severo dei lauti e della chitarra accompagna questo viaggio rivelatore. Il vaticinio finale sillaba un destino che termina con un’impresa incomprensibile e dà informazioni che aiutano soltanto a riconoscere l’enigma.

Nostos

Cori gotici alti come onde d’oceano accompagnano la citazione dell’Ulisse infernale per fare risuonare ancora il suo ammonimento sferzante: “Fatti non foste a viver come bruti”.
Esortazione solenne per vincere il ritorno, per lasciarsi alle spalle i recinti del conosciuto, per affrontare il folle volo di ogni nostra nuova vita.

Le sirene

A volte appare la cosa intravista, la perla, che colma la distanza infinita e appena visibile all’occhio. Come il visibile arcobaleno, la cui pentola d’oro non è ancora stata trovata.Questa distanza ce la fanno sentire le sirene, voci che amano cantare nelle notti insonni, nelle notti di birra in cui non arriva più l’alba, ma i volti amati si ripresentano all’appello . La loro seduzione sta nel metterci davanti tutto il mistero della nostra vita, come è stata, come avrebbe dovuto essere. Quella vita che ci tolgono mentre ce la stanno cantando.
Le sirene hanno la voce delle onde Martinot suonate dall’ondiste Nadia Rastimandresy, della commovente viola “Maggini” di Danilo Rossi e del canto soffiato sul limite del niente, del grande sogno della vita che l’ha contenuto.

(fonte: www.laprimaweb.it)

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