Estate – Vinicio Capossela


Ero giovane, frequentavo quel gruppo di devoti alla causa del be bop che gravitavano intorno al Chet Baker di Bologna, e che Jimmy Villotti descrisse in modo indimenticabile nel suo libro “Gli Sbudellati”.

Una sera, dopo il nostro concerto a Livorno, concerto importante perche seguiva l’uscita di Modì, disco dedicato al livornese Amedeo Modigliani, tra tutti il bohemien più eroico, da una macchina parcheggiata Piero Odorici faceva bere al resto della banda le note di Estate nella versione di Joao Gilberto, quella registrata nel suo capolavoro amoroso.

Erano li, accanto alla macchina che aveva le portiere in fuori, come orecchie aperte alla notte, sui fossi, i canali “veneziani” di Livorno..mi avvicinai, come richiamato da una sirena , mentre deambulavo fuori dal ristorante..come una falena abbagliata, mi spiccicai dentro quella melassa dolce..la cadenza lenta, la voce sciripposa e densa di Gilberto, gli archi volanti e intensi di Claus Ogerman, e poi questa melodia invincibile…
estate…se calda come i baci che ho perduto…
Le parole cadevano dense, rallentare, e gli archi gli dipingevano sopra tutta quell’aria di primavera incombente ..quella ventata che non lascia mai niente in saldo, che porta via una stagione con un’altra..così mi sentivo ascoltando quelle note sui fossi: sul bordo di una stagione..la canzone mi ci portava come su un tappeto volante. Tappeto lussoreggiante, vinoso.
La melodia come un rasoio tagliava la vita da sotto i piedi…e poi la disperazione più densa di promesse..tornerà un altro inverno..cadranno mille pelati di rose..la neve coprirà tutte le cose..e forse un pò di pace tornerà..
Odio l’estate..Il mio tempo ha dato ragione a questi versi. Col tempo ho imparato ad amare l’inverno, la bianchezza cauterizzante della neve, il suo saper sedare le passioni..e a diffidare della virulenza dell’estate. Ma allora non ne sapevo nulla. Era soltanto primavera. Una stagione a metà ..sulla soglia appunto.

Pochi giorni dopo, nel girare un clip che accompagnasse le note di Modì, incontrai una ragazza americana vestita da sposa..a Piombino, sul traghetto per l’Elba..passammo tutta la serata cosi, io con la mia fisarmonica e lei con il suo vestito da sposa..Quando la giornata fu finita mi feci coraggio e le dissi che se si era stancata potevo offrirle qualcosa che l’averebbe confortata certamente più di un bagno caldo. Lei si fidò e così l’accompagnai alla mia Lancia Beta HPE, non era l’Alfa Romeo di Chet Baker, ma ugualmente sapeva prendere le curve dell’Aurelia. Quando fummo dentro, dissi “ecco, questo e il mio bagno caldo” e Joao Gilberto di nuovo riaprì la sua ferita.
Estate ..sei calda come i baci che ho perduto…
Mi innamorai, e tutto il mistero di quella stagione fini in quelle note.


Nello stesso periodo conobbi un pianista, Tony Castellano, uomo ancor piu grande del suo pianismo..c’era tutto quel mondo che come un pezzo d’iceberg si era staccato dall’età del be bop ed era arrivato fino a noi.

Ricambiava l’ospitalità che gli offrivo insegnandomi a suonare Estate.

Lo constringevo ad accompagnarmi a tarda notte, a cantare estate come per spiegare all’aria quello che stavo sentendo..gli accordi erano ancora più densi delle parole.

Si svolgevano l’uno nell’altro, tornando al punto di partenza e poi si aprivano e c’era da prendersi la vertigine ..tornerà un altro inverno…ma era in quella apertura che si invertivano le stagioni..cantava dell’inverno, ma lo faceva col sole dentro, e invece nel ricordo dell’estate, in quegli accordi, c’erano tutte le folglie gialle dell’autunno.

Castellano amava molto Estate, me la rivelava come un miracolo. Mi parlava di quanti anni l’avessero interpretata, di come fosse uno dei pochi pezzi italiani con un vero miracolo melodico profondamente italiano ad essere entrato nel repertorio dei grandi standard interpretati da tutti i maestri del jazz.

Dopo quella primavera, la vita mi diede modo di prendere il vento di tutta quella nuova stagione e poi di seguirne le evoluzioni. fino alla fine. E quando tutto si fu consumato, solo quando l’aereo definitivo fu preso e la vita ci mise di mezzo i continenti, allora decisi di registrare anche io Estate. In una serata dal vivo che fu per tutti indimenticabile. Una serata che iniziò con Estate e finì con una fanfara macedone nelle strade adiacenti il Naima Club e si chiamò Liveinvolvo.

Giancarlo Bianchetti, il chitarrista, isolò gli accordi a grappoli.
Li svolgeva lentissimi, pieni di rivolti e densi. Il pedale del tremolo li rendeva scuri e misteriosi, un suono liquido su cui appoggiarsi per cantare infine anche la mia estate, sei calda come i baci che ho perduto…

Ognuno deve avere una sua ferita per poter cantare quella canzone e deve esserne anche avviato alla guarigione per poterla cantare in pubblico, e non a una persona sola.
Almeno per me fu cosi, ma non posso immaginare Estate cantata come qualsiasi altro brano di repertorio. Estate ha una sua stagione nella vita, esattamente come quello di cui racconta. Giuliano Bianchetti, che di tutti aveva la più profonda saudage nell’anima, la arrangiò a quel modo, e così la canzone uscì dalla stanza chiusa del pianoforte. Era un pezzo da affrontare senza il riparo della tastiera. Cosi, all’impiedi, davanti al microfono. E così feci per tutta quella stagione.

Un anno dopo, in agenzia, arrivò una telefonata del maestro Bruno Martino. Lasciò detto che avrebbe desiderato parlarmi. Io ne fui profondamnete emozionato.
All’epoca vivevo nelle stanza di motel. Ma ne andai nel mio preferito, e da li dentro richiamai. Aveva una voce molto giovane il maestro, e parlava con un’intimità disarmante.
Disse che aveva apprezzato la nostra versione, e però era curioso di sapere come mai avessi inserito la sua canzone in un disco del genere. Disse anche che un poco invidiava il poter fare di testa propria, lo sperimentalismo che c’era il quel disco.

“Io – confessava – mi sono sempre dovuto preoccupare di fare le cose in maniera orecchiabile…di fare quello che il pubblico si aspettava da me..Certo questa canzona l’hanno cantata i più grandi al mondo, mi ha dato tante soddisfazioni..però…- si scherniva quasi, insomma – però, il testo non è un gran che, è un po meloso..un pò..”.

Intanto dall’altro capo del telefono pensavo che erano quelle e soltanto quelle le parole per quella musica…tornerà un altro inverno ..cadranno mille petali di rose…erano tutte cosi precise, come il proprio nome, non si può immaginarlo diverso, eppure quanto era commovente questo rimpianto, questa cosa inafferrabile..l’opera, lo scrivere, non lascia in pace nessuno..ognuno scopre i suoi limiti attraversandoli..e porta più avanti la strada, fornisce qualche assicella in più ad altri che cercano di andare ancora più avanti..

Fu grande lezione di umanità e di umiltà quella telefonata, e anche generosità. Per conto mio, cercai di raccontare la mia storia, che non era altro che una in più, una di quelle che le canzoni attraversano per conto loro, una volta liberate dell’invulucro e mandate in giro.
Il maestro l’ascoltò come un buon padre comprensivo.
Dall’altro capo del telefono mi sembrò che vedesse da lontano un altro degli orizzonti che quella sua creatura era andata a toccare, come quando si hanno notizie da parenti lontani..”ah, si..suo figlio..l’ho visto un anno fa da quelle parti…sta bene..”

La telefonata finì. E mi sembrò come un destino compiuto. Estate poteva continuare il suo giro della terra, come una cometa che segnala all’orizzonte una terra promessa che non si può raggiungere.

dal libro “Odio L’Estate” Vinicio Capossela

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