Io e Nuttless – Vinicio Capossela


Nuttless era più grosso di me, ma s’imbriacava meglio di me.
Era il più tecnico.

Sapeva dove andarlo a comprare, per esempio.
Io stavo già solo come un disperato, in una stanza che era stata l’ambulatorio di un medico di campagna. Adesso però di medicina non se ne praticava più. Il paziente ero io dentro ci stavo soltanto con una branda e un frigorifero.

Nuttless mi veniva a trovare, si fermava la domenica..allora compravamo le confezioni da 24 lattine.

Birra Forst, ai magazzini all’ingrosso, e anche lo spumante. Erano i magazzini di quelli che vendono le bibite e le acque minerali, con muletti elettrici per sollevare le cassette e le pile di ogni cosa bevibile.
Quando si pagava bisognava compilare l’ordine. Era una cosa da uomini. Nuttless diceva: “E’ un conforto vedere tutte queste distese di lattine di birre, tutto questo ben di Dio. E’ una cosa che aiuta ..sapere dove finiscono”.

Quando era domenica le birre se ne andavano. Le lattine finivano dapertutto. Che fossero chiacchere o silenzio, le lattine vuote aumentavano sempre di numero.

Per distinguere le vuote dalle piene Nuttless le accartocciava con le mani e poi le buttava via. Era una cosa da uomini.

La macchine passavano di continuo e facevano tramare i vetri. Di notte una luce gialla veniva dal riflettore allo iodio, di giorno invece c’erano solo le macchine che passavano e basta, e li si poteva pure vedere in faccia, gli autisti.

Quando ero con Nuttless anche le macchine non contavano, ne avevamo di più noi da raccontarci di questioni..coprivamo il rumore con le chiacchiere e le birre e il resto. Però nella notte, quando ci restavo solo lì in mezzo, alla mattina presto lì, per il rumore ci diventavo pazzo…

Nuttless era un tecnico. M’insegnò tutto. Dal canto mio ero un barbaro.

Mi insegnò com’era fatto il negroni, a distingure dal rum dal gin, e che il gin era indispensabile da tenere a casa, cosi come l’acqua tonica e le bibite.

Ma la vera questione era il suo modo di affrontare la cosa. In mano a lui niente più era una faccenda da disperati. Tutto andava a posto, erano cose da uomini. C’era da attrezzarsi, imparare ad essere previdenti, evitare i pericoli, riuscire a prenderne in quantità sufficiente, evitare le scassature di cazzo, e tutto questo perchè l’insieme di queste cose aiutava. Anzi era L’Aiuto!

Rimanere chiusi in casa senza un goccio di niente, quello si era già imparato non aiutava, e nemmeno andarselo a cercare di notte, nell’affollamento del circo equestre, anche quello non aiutava. Con le sigarette pure bisognava essere attrezzati.
Però, poi, che ricchezza avere quello che serviva! Birre, vino, sigaretta..bisognava imparare da giovani, poi anche il resto può andare a posto.

A quel punto la miseria viene sconfitta, la gioia trionfa.

Quando si possiede un frigorifero si può già dire di essere qualcuno. Io il frigorifero me lo guadagnai di seconda mano da suo fratello, suonando al suo matrimonio. Era un Rex lo pitturai di verde.

Non usciva tutte le sere Nuttless. Sapeva stare ai box. Sapeva quando ne valeva la pena. Sapeva aspettare. Sapeva anche quanti soldi aveva in tasca e quanti gliene occorrevano di benzina.

Sapeva stare a casa sua e aveva un sotterraneo dove si rintanava. Lì il telefono non ci arrivava, e nemmeno la madre si azzardava a chiamarlo quando s’infossava lì sotto, giusto le zanzare lo scovavano quand’era stagione. Era il seminterrato condominiale. Laggiù in uno stanzino di cantina, la partita era soltanto sua..s’accendevano battaglie..baluginavano epopee.

Nella sua passione non aveva bisogno di aiutanti. Dei suoi soldatini di piombo che rivestiva a pennelo con dedizione da incisore, su in superficie non se ne sapeva niente.

Ma poi arrivarono i giorni dell’uscita.

Era il riservato Nuttless, tecnico. Non si sapeva mai dove avesse da andare. Si era abituato a dire solo cose che riguardavano anche te.

Per gli altri semplicemente spariva. Quando c’era, c’era del tutto, quando non c’era, non c’era più per nessuno.

Sapeva muoversi per appuntamenti, usare il telefono, faceva le cose all’antica..ci si metteva d’accordo, sull’ultima parola.

Conosceva le date delle fiere, ricordava le feste, i compleanni, i giorni di apertura dei bar, le chiusure, sapeva i prezzi degli ipermercati, gli sconti, conosceva i centri commerciali, sapeva quali marche si trovavano in uno e quali nell’altro, e soprattutto era più grosso di me.

E un amico grosso ti salva sempre.

 


Nei giorni dell’uscita ci trovavamo a un bar a metà strada, 15 Km per tutti e due. Caffè Sahib si chiamava. Quella era la partenza..del resto ci vuole sempre un locale da dove partire.
Quel bar deve sapere fare sopratutto i negroni, di sicuro. Se no, non c’è partenza..tutto sta nei primi quindici minuti, come alla guerra. E così..a la guerre comme à la guerre!

Li facevano bicchieri in vasca, così all’impiedi. Siccome era un bar interstatale, andavano presi al volo. Era una folla spolmonata quella che affollava, a gas, berciante, mica una folla cittadina.

Dietro il bancone c’erano i tavoli da gioco e il telefono a gettoni. I ragazzi che li facevano quei negroni, per Nuttless mettevano sempre piu gin che per ogni altro, sapeva come conquistarseli.

E quello per l’inizio. Il resto arrivava per strada e faceva sempre attenzione Nuttless alla strada. Siamo cresciuti laggiù in pianura, cosi, a ruote. Qualsiasi cosa per noi, per succederci, ci ha avuto bisogno di chilometri. Conoscevamo l’importanza del mezzo.

Nuttless si muoveva con la Renault della ditta riparazioni tv, un vecchio modello di famiglia, blu, di vent’anni.

Era attrezzato. Portava il sacco a pelo a ogni stagione, e le chiavi di riserva le teneva in un astuccio a calamita sotto la carrozzeria, sia quelle di casa che quelle della macchina, ma a casa, quando se ne andava, non ci tornava mai.

Si metteva in strada solo alla fine, quando tutto era davvero finito. Guidava come poteva al volante di plastica caramellata marrone, e al primo cedimento si fermava. Usciva, vomitava, e si metteva a dormire, non importava dove, appena riapriva gli occhi ripartiva. In questo modo è sempre arrivato.

Usavamo garofani bianchi, per sciccheria, da mettere sull’occhiello della giacca, bianca pure lei, e quando venne la primavera, fu veramente qualcosa. La musica arrivava fino alla strada.

Mi insegnò What a wonderfull world..Georgia..era un romantico, sognava un locale con le giacche bianche, dove suonassero As time goes by..

Noi saremmo stati i padroni , occupanti soltanto a stappare champagne al piano di sopra…su nel privè.
Non avendolo ancora, quel locale, ci contentavamo di frequantare i miei, quelli dove ero ingaggiato per intrattenere la clientela. Clientela con la bocca sempre occupata, mangiante, sbevazante, parlante.

Suonavo sempre da solo in quei locali, come in un esilio. Non c’erano musicisti. Non ci arrivavano lì. Era il confine. Mi scaricavo anche il piano Fender Rhodes senza aiuti..senza sentire altro rumore, rientrando, che quello dei miei passi…

Li conoscevo bene..erano la mia compagnia ..passavo la maggior parte del tempo con quell’eco, a parlare da solo, a farmi da magiare da solo, a guardare la gente nei bar, a odiarli tutti, perchè i bar non erano mai all’altezza delle suole..e così come i loro panini e i giornali, e tutto quanto servisse per tirare avanti.

E non si era all’estero, e neppure in città. Non si era da nessuna parte.

La città alemeno ti può sporcare l’anima, ma la pianura ti sporca soltanto le scarpe. Non c’era niente, nemmeno l’illusione di un pubblico, o semplicemente un pubblico. Nessuno ascoltava nessuno.

Io però iniziai ad ascoltarmi, e poco alla volta la mia voce mi fece meno schifo..ma quando Nuttless iniziò a venirmi a trovare in quei posti, allora non fui più solo.

Portava qualche amica, sedevano al tavolo, ordinavano da bere, facevano addirittura delle richieste e infine s’innamorò pure di mia sorella. Era destino, e del resto non c’era niente da fare, era lei la migliore.

Veniva all’ambulatorio, beveva le birre, mi ascoltava suonare mentre le macchine fuori passavano. Ero io il suo night club personale, lui stappava le birre, s’imbriacava e io suonavo. Finalmente avevo un pubblico.

Conosceva i film, Nuttless. Si chiudeva nella camera da letto dei suoi tre fratelli e si guardava le cassette che sapeva a memoria.

Il cinema era la parte più epica di lui. Si capiva soltanto dopo aver visto un film quanto ci aveva meditato sopra. Conosceva Kubrick, Leone, Cimino, Scorsese. Preferiva film veri, quelli da uomini..perchè il cinema è in definitiva la sintesi degli uomini.

Ci pensava a lungo ai film , ai grandi film, più che alle poesie, ai racconti o alle canzoni. Il film parlava per tutti loro. Perdeva tutti noi..

Quell’inverno venne la neve. Non si vedeva altro dai tetti dove ero finito per stare..neve dal cielo e dalla strada.
La città era piccola, e non rimaneva nemmeno una via sgombra..c’era una sola stufa per riscaldare tutto il sottotetto, così che si poteva sentire caldo oppure freddo allo stesso tempo..

Nuttless mi portò il Film. Quello che divenne il nostro film. Era la storia di un’amicizia, e di un tradimento dell’amicizia. Una cosa da uomini in definitava.
Il videoregistratore faceva un rumore particolare nell’avvolgere i nastri. Fu il suono di quell’inverno…l’inverno in cui ci chiamammo Nuttless.

 

Fino ad un certo punto non ci fu nulla che potesse durare più di una settimana in fatto di donne, per Nuttless.

Si imbriacava come un pazzo, cercava le sue similie le incontrava. Era sempre un’avventura.

Spesso non si ricordavano più chi fossero di preciso, nè che faccia avessero, fino al sabato dopo, quando si rincontravano. Allora ricominciavano da capo, ma non durava molto. Mai.

D’un tratto, nell’estate, iniziò a fare discorsi misteriosi, ma sull’oggetto del suo amore non si sapeva, e non c’era modo di capirci niente..poi lo si imparò..era una barista del locale. Ed era pazza. Lui si buttò nella storia mani e piedi con tutto lo scecco. Parlava di abitazioni comuni, si avventava all’assalto.
L’accompagnava a casa, la portava, la riportava, se ne prendeva cura. Era però una ragazza intricata, forse era pazza, o la faceva uscire pazzo..lui comunque non demordeva, inventava, faceva tutto per lei.
Per tre mesi sparì dalla circolazione..poi una sera ricomparve.
Anch’io non ero messo meglio. Andammo al solito locale e ci ubriacammo dalla tequila col verme, quella della gioventù…ne bevve parecchia e poi ancora..alla fine non sollevava nemmeno il bicchiere, lo prendeva direttamente con i denti e lo mandava giù. Aveva atteso quel momento se l’era procurato a lungo. Quando l’alcolico gli si sciolse bene in corpo prese una sigaretta, l’aspirò forte e se la appoggiò sulla carne del braccio. Il dolore non lo sentì quasi..si bruciò la carne con una specie di piacere, sorridendo sardonico..per sentire un dolore più forte del suo disse…avere dolore significa essere vivi, bisogna tenerselo caro.

Nuttless si riprese, in primavera conobbe una ragazza molto forte..era larga di spalle e piazzata di culo e di collo. Aveva i capelli lunghi come una valchiria.

Fu un’altra storia appassionata, scopavano dappertutto, anche a casa mia. Non lo si poteva più invitare, dove veniva lui, veniva anche lei, e dove si trovavano facevano.

Nei campi, al chiuso e anche all’aperto..lei gli lasciava messaggi sul parabrezza della macchina, lui le lasciava la risposta..

Sia come sia, di nuovo Nuttless scomparve, ma per fortuna lei era fascista di famiglia, e lui lasciò perdere il colpo, favorito in questo dalla politica..il destino qualche volta una mano te la dà.

Non molto dopo, conobbe una ragazza, un’amica di famiglia.
Le fece la corte nei primi festival di settembre, quando i campi odorano ancora. Si fidanzarono per un anno, poi si sposarono..io feci da testimone di nozze. Tutto ad un tratto ero sposato anch’io…
mi presentai con un vestito da pagliaccio e per tutta la serata trascurai la moglie….

Da “Non si muore tutte le mattine” Vinicio Capossela


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