Cafè Chinaski

Era un disastro.

Le avevo provate tutte per risollevare le sorti di un locale che gestivo mio malgrado.

Avevo riempito gli scaffali di libri, i miei preferiti, avevo noleggiato un pianoforte, un Anelli-Cremona, di cui ancora oggi vado fiero visto che l’ho riscattato, mi ero invertato cucine alternative, commemorazioni, nuovi cocktail, facevo credito agli studenti…Avevo però sopravvalutato la realtà dell’Interland urbano: nessuno può insegnare la vita a un ragazzo di periferia.

Ma più do ogni altra cosa avevo sottovalutato un’altra realtà, ben più importante: i sogni non attecchiscono sul perlinato di un ex pizzeria.

Ormai il Cafè Chinaski mi stava prosciugando.
Dopo aver dato fondo ai risparmi e dopo essermi stordito ogni notte, navigavo verso un porto di nebbia e sirene.
La notte era il mio iceberg e a furia di cozzarci contro sentivo l’affondamento vicino.

Ci sono momenti in cui vorresti essere da un’altra parte o addirittura essere un altro, ma è proprio in quei momenti che sei già da un’altra parte, sei già un altro, solo che ne rendi conto. Quello è il momento di fare il botto, l’uscita teatrale, lasciare con stile e non con rabbia.

Mi decisi.
Era una sera di febbraio del ’96.
L’ultima sera del Cafè Chinaski si sarebbe chiamata “L’affondamento del Chinaski”.

Invitai tutti gli amici che mi erano rimasti e i nuovo che avevo trovato. Sparsi la voce e la voce si sparse.

Spesi tutto quello che mi rimaneva per riempire il locale di approvvigionamenti e luci e atmosfere.

Era un sabato. Fuori c’era uno strano preludio primaverile che non c’entrava  assolutamente niente con il mio stato d’animo o forse si.

C’erano otto anni di storia da celebrare, otto anni di prigionia, di lotta per inventarsi il giorno dopo, otto lunghissimi anni di domiciliari.
Un momento bello, in questi otto anni, non c’era stato dentro il Cafè.

Tutto era bello solo quando ne ero fuori.
Mi ero addirittura inventato il viaggio per le cento città che ogni mercoledi di chiusura io e Mr Mall facevamo senza meta con partenza dal Cafè martedi notte e ritorno giovedi, in mattinata. Era il mio modo, anzi il nostro modo, di affrancarci da ogni tipo di prigione, ognuno aveva la sua.

Le prigioni possono essere a cielo aperto. Forse era per questo che ogni volta che rincasavo, sull’uscio di casa percepivo sempre uno strano ma familiare odore di chiuso.

La gente cominciò ad arrivare numerosa, la voce si era sparsa proprio bene. Decisi di far pagare un ingresso: ventimila lire.
Poteva sembrare uno sproposito, in fondo si trattava di una bettola di periferia.

Pensarono la stessa cosa i primi avventori, ma quando spiegai loro che in realtà con quei venti sacchi potevano bere a oltranza qualsiasi cosa riuscivano a trovare nel locale e si poteva ordinare all’ingrosso, una luce pervase gli occhi dei primi e la notizia girò sino agli ultimi.

Il locale conteneva al massimo sessanta persone in piedi, ma continuavano ad arrivarne a frotte. Era un bivacco.

Una ragazza si avvicinò al bancone domandandomi sei chupiti di rum.
“Ma scusa, ” le dissi, “perchè non ti prendi tutta la bottiglia e te la bevi con i tuoi amici?”
“Ma posso?”
“Certo che puoi, una volta pagato l’ingresso hai pagato per sempre.”
“E’ piuttosto insolito” disse.
“Non c’è niente di insolito nelle sconfitte.”

All’angolo del pianoforte si alternavano amici sotto la luce blu proiettata da due fari acquistati per l’occasione.

Obici di vetro fluttuavano dal bancone al piano. Intanto io declamavo i miei primi versi pubblici. Ognuno aveva la sua da raccontare, i propri rancori da spendere mentre la maliconia faceva posto all’euforia.

La poesia di certi momenti faceva spazio agli eccessi gastrici.
Il bar si stava lentamente svuotando.
Vidi io stesso la creazione del cocktail dell’affondamento.

Ad un tavolo una coppia di amici stava miscelando Chianti e Jack Daniel’s e alla mia domada: “Ma non vi farà male?” La risposta fu: “Tanto siamo venuti in bici!”.
Sentivo già il presagio dell’odore di vomito, vino racido e patate fritte.


Intanto, nei pressi del pianoforte, si continuava a produrre poesia e rabbia e quando Mr Mall disse: “Le cose gratuite sono quelle che costano di più, amici: costano lo sforzo di capire che costano di più,” capimmo che era l’inizio della fine.

Si arrivò persino alla lite.

Un paio di fedelissimi del Chinaski inveirono contro tutta quella gente che in otto anni non aveva mai visto. Fossero venuti più spesso, accusavano, io non sarei stato costretto a chiudere. Non avevano capito nulla. Mi stavo liberando del mio incubo e forse lo sapevano e sapevano anche che non avrei voluto rivedere più nessuno per un bel pò, che le mie sbronze avrei continuato a prenderle in solitaria senza complici. Avrei avuto una mira infallibile, la sbronza perfetta, io e i gatti seguendoci e inseguendoci, rimanendo in piedi solo per non avere scelto ancora da quale parte cadere. La mia solitudine riempiva il loro mondo e ora che li lasciavo soli non avrebbero più saputo dove portarlo.

Su uno scaffale regnavano ormai in solitaria due magnum di Ramazzotti, una bottiglia di Strega e una di Galliano.

Il Cafè Chinaski era stato prosciugato. Era la mia rivincita.

I vicini si lamentavano del baccano, come facevano da anni anche quando ero da solo nel locale. La notte se ne stava andando, l’icerbeg si stava sciogliendo. Qualcuno rideva di rimpianto e qualcuno già piangeva di nostalgia. Io ero ebbro di gioia. Le cose si ottengono quando non si desiderano più.

Oltranza era la parola d’ordine e nessuno voleva andarsene neanche quando verso le cinque del mattino arrivò una pattuglia dei carabinieri, che mi conoscevano bene, e uno dei tre scese e venne verso l’ingresso, mi chiamò fuori e disse: “Signor Costantino, se va avanti così saremo costretti a farla chiudere”
“Mi dispiace, dissi io, “arrivate troppo tardi..”
Il Cafè Chinaski era affondato.

Da “In Clandestinità” di Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino.

Be Sociable, Share!

Leave a Comment