Le Musiche dell’Assenza

Molte canzoni possono accompagnare la nostra vita, ma solo poche obbligano ad accendersi una sigaretta, e tirarla a lungo, come a lenire il taglio di una lama con un’altra. Soffocare il petto, avvelenarlo per riempire il vuoto.

E’ la musica dell’assenza. La musica che, nella sua bellezza, non fa stare tranquilli.

Chiede qualcosa di più alla vita, apre nell’anima un senso di incompiutezza, come se la vita non fossa stata abbastanza, come se le fosse sfuggito l’essenziale. Fa intravedere qualcosa che si desidera, al punto da soffrire, qualcosa che ci ha lasciati orfani per sempre.

Qualcosa sentito dalle anime inquiete che l’hanno afferrato, la nostalgia di un abbraccio, come a consolazione dell’assenza che ne sarebbe poi venuta.

Le musiche dell’assenza hanno spesso avuto a che fare con un confine, con una linea d’ombra, una linea di sabbia.

Una lama, un filo teso tra chi amiamo e chi ci ama. Le musiche dell’assenza sono musiche eroiche, come eroi sono tutti gli uomini accettando di vivere sapendo di morire.

Borges diceva: è la presunzione d’immortalità che abbiamo che ci permette di salutare un amico dicendogli “arriverderci” anzichè “addio”.

Le musiche dell’assenza non hanno questa presunzione, sono spoglie di questa armatura, cantano l’uomo nel suo naturale struggimento.

Sanno che bisogna morire per poter vivere una volta sola.

Questo straordinario eroismo che fa invidiare la vita dei mortali, agli dei immortali, questa cosa le musiche dell’assenza l’hanno guardata bene in faccia.

Cantano la vita come se fosse sempre l’ultimo giorno.

Una lama di gioa al fondo della più avvincente tristezza.

Un liquore, uno sciroppo, una brace accesa nei polmoni, come un cero, ecco cosa fa cantare gli uomini sull’orlo della ricerca della vita, quando cantano la morna, il fado, il rebetiko, quando suonano le gusle, come nella straordinaria pagina di Ivo Andric ne Il Ponte sulla Drina.

E’ quello che fa spingere ad attaccare con lo sputo le banconote sulla fronte dei suonatori zingari, è il lamento che fa voltare e rivoltare l’amante, nella voce di Rosa Balistrieri...

E’ lo struggente amore per una cosa che deve morire. La nostra vita.

Vinicio Capossela (dal libro “La Musica dell’assenza”)

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