mag 11 2012

Le Musiche dell’Assenza

Molte canzoni possono accompagnare la nostra vita, ma solo poche obbligano ad accendersi una sigaretta, e tirarla a lungo, come a lenire il taglio di una lama con un’altra. Soffocare il petto, avvelenarlo per riempire il vuoto.

E’ la musica dell’assenza. La musica che, nella sua bellezza, non fa stare tranquilli.

Chiede qualcosa di più alla vita, apre nell’anima un senso di incompiutezza, come se la vita non fossa stata abbastanza, come se le fosse sfuggito l’essenziale. Fa intravedere qualcosa che si desidera, al punto da soffrire, qualcosa che ci ha lasciati orfani per sempre.

Qualcosa sentito dalle anime inquiete che l’hanno afferrato, la nostalgia di un abbraccio, come a consolazione dell’assenza che ne sarebbe poi venuta.

Le musiche dell’assenza hanno spesso avuto a che fare con un confine, con una linea d’ombra, una linea di sabbia.

Una lama, un filo teso tra chi amiamo e chi ci ama. Le musiche dell’assenza sono musiche eroiche, come eroi sono tutti gli uomini accettando di vivere sapendo di morire.

Borges diceva: è la presunzione d’immortalità che abbiamo che ci permette di salutare un amico dicendogli “arriverderci” anzichè “addio”.

Le musiche dell’assenza non hanno questa presunzione, sono spoglie di questa armatura, cantano l’uomo nel suo naturale struggimento.

Sanno che bisogna morire per poter vivere una volta sola.

Questo straordinario eroismo che fa invidiare la vita dei mortali, agli dei immortali, questa cosa le musiche dell’assenza l’hanno guardata bene in faccia.

Cantano la vita come se fosse sempre l’ultimo giorno.

Una lama di gioa al fondo della più avvincente tristezza.

Un liquore, uno sciroppo, una brace accesa nei polmoni, come un cero, ecco cosa fa cantare gli uomini sull’orlo della ricerca della vita, quando cantano la morna, il fado, il rebetiko, quando suonano le gusle, come nella straordinaria pagina di Ivo Andric ne Il Ponte sulla Drina.

E’ quello che fa spingere ad attaccare con lo sputo le banconote sulla fronte dei suonatori zingari, è il lamento che fa voltare e rivoltare l’amante, nella voce di Rosa Balistrieri...

E’ lo struggente amore per una cosa che deve morire. La nostra vita.

Vinicio Capossela (dal libro “La Musica dell’assenza”)

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gen 23 2012

Ovunque Proteggi – Vinicio Capossela

Il lavoro di Vinicio Capossela si presenta come un affresco di pezzi solenni, i cui singoli elementi discendono dalla notte dei tempi e per ciò contengono il seme del tutto, compresa la loro parte di attualità.

E’ sufficiente evocarli e metterli in scena, per agitare con inaudita violenza ed efficacia lo spettro del presente. Del resto, sempre c’è stato da proteggersi e da proteggere, e sempre il sole è sorto su distese di terre tali da doversi indicare come “Ovunque”.

«Quando si sono presi certi respiri, non ci si può più ridurre a parlare di contemporaneità. Non c’è più bisogno di nominare i potenti, i superbi di oggi, i furbi di oggi, di un E’ che è già Fu. Niente, sono polvere anche loro… Presa questa misura, allora si può scrivere, cantare dell’uomo, della terra, nell’attualità degli ottomila anni che l’abitiamo».

Al centro dei cerchi concentrici, della spirale, quindi, la pietra, l’archetipo. Di questo sono fatte, ciascuna a suo modo, le composizioni dell’album: “Non trattare”, con il suo vagare abbacinato nel niente sotto il sole e il ripetersi ossessivo di parole che rimandano a quelle scolpite nell’Ecclesiaste e nei Salmi. Il grotto preistorico da cui proviene il suono dannato e sanguinolento di “Brucia Troia”, con i suoi riferimenti all’Edipo Re di Pasolini e alla solitudine del Minotauro.

Il mito della “Medusa” rivisitato a suon di cha cha cha. Archetipo di spettacolo è il “Colosseo” della Roma imperiale, e di grandezza i grattacieli illuminati della terza Roma, Mosca, la megapolisis cantata in “Moskavalza”.

Cosa c’è se non questo, nell’infanzia già perduta di “Spessotto”, nell’epopea gloriosa e romantica della gioventù e dell’amicizia celebrate in “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, nella primordiale pena di un amore finito come “Pena de l’alma”? E così nella preghiera disperata e misericordiosa alla “Santissima dei Naufragati”, nella nostalgia di una stagione e nel rimpianto di “Lanterne rosse”, nell’illusione che è tutto nella vita di “Nel blu”.

E soprattutto nell’uomo che è da sempre carne e spirito: la carne che brucia e imputridisce del “Rosario della Carne”, che risorge gioiosa di vita ne “L’uomo vivo”, lo spirito invocato come grazia nel brano conclusivo che dà titolo all’album.

Ma appunto “Ovunque proteggi” è anche un disco che parla di grazia.
La grazia che vive, a volte nascosta, dentro di noi e quella – fuori di noi – che non ci è dato di saper causare ma solo di riconoscere e, possibilmente, di proteggere.

E’ un disco sulla grazia a partire da quella che appartiene ai posti, alle persone, ai musicisti, ai mille riferimenti che di questo lavoro sono via via entrati a far parte.

“Ovunque proteggi” è infatti costruito su un labirinto di luoghi che “sono” nei brani, ne definiscono, ne fissano una volta per tutte nel suono la forma, portando “ogni brano in fondo alla sua suggestione”.

Scrivere e registrare questa volta non sono stati due processi separati, ma piuttosto due momenti, a volte diversi, a volte perfino simultanei, dello stesso processo: si è cioè scritto e registrato nei luoghi e per i luoghi.

Luoghi attraverso i quali Vinicio Capossela si è lasciato guidare o dai quali si è fatto sviare, andando avanti come condotto da un leggero soffio che sposta la polvere e lascia intravedere, più avanti, la strada.

Dalla pietra…

«C’è un momento in cui il romanzo, l’argomento o il semplice spunto contemporaneo non bastano… bisogna attingere direttamente, abbeverarsi alla fonte. Da una parte ci sono le epoche, il barocco, il neoclassico, il moderno…e poi c’è la pietra. Ecco, c’è un momento in cui vieni ad amare la pietra. La pietra, le chiese di pietra e le parole scagliate come pietre».

“Ovunque proteggi” inizia da qui, dalla pietra.

Dall’unica cosa che trascende – e per ciò stesso sconfigge – il trascorrere del tempo.

«Le religioni, e in generale le Scritture, sono piene di visioni, di profeti e di allucinazioni. Esse sono la madre di tutte le allucinazioni.Basti pensare alla scrittura biblica; in ciò che è biblico sono comprese la Creazione, L’Apocalisse.. sono visioni enormi, il crogiuolo da cui nascono uomini e dei».

“Ovunque proteggi” gesticola e parla da quello scoglio isolato in un Mediterraneo di rovesci e frammenti, su cui, nella centrifuga dei punti fermi e delle domande, i ricordi e i tormenti si fanno cianfrusaglie.

Siamo sul cornicione dei tempi, dove le fedi scivolano dalle dita e cadono su selciati pagani, l’espressione s’indurisce come la lingua di una serpe, gli occhi e i comportamenti recuperano sfumature ed abitudini sprofondate nei secoli, mescolando epoche e riferimenti, fondendo mercanteggiare, conoscenze, ipotesi e sincerità. Ciascuno a tratti sconvolto e piagnucolante, a tratti imbevuto di serenate grondanti; e tutti insieme, tantissimi, abbracciati nell’assedio, spaventati, colti un momento da entusiasmo ed il secondo dopo da orrore.

Nella tempesta che infesta, a ritmo dispari, sull’elastico che fa ballare geografie e storie, l’uomo implora di poter pagare il dazio e ritrovare la bellezza, chiede appello senza far più distinzione di preferenza, fra gli dei e le scritture, i simboli e le maledizioni, che al contempo rimbombano nelle cupole.

E nella ricerca di assoluzione, direzione, protezione, si travasano preghiere, incubi e visioni, che si susseguono come palline di un rosario, senza che le mani che lo sgranano si pongano più il problema di assomigliare a quelle di un vescovo, di un aruspice, di un demone, o di un semplice marinaio naufragato, fra l’uno e l’altro, nella buriana.

Non possono che uscirne incisioni ricolme di maschere impressionanti e immaginifiche, racconti dai contorni netti, scolpiti nel suono, da pronunciarsi con voci diverse, accendendo e spegnendo luci diverse, inoltrandosi in ambientazioni e situazioni diverse, pestando mani, piedi, fili elettrici e sonagli.

… all’album “Ovunque Proteggi”

Come il Vene?ka protagonista del racconto di Venedikt Vasil’evi? Erofeev “Mosca-Petu?ki” – un viaggio a tappe costruito come una via crucis, in compagnia di angeli e visioni, bevendo a ogni fermata: “Idì, Vene?ka, idì” … Vai, Vinicio, vai… -, così Capossela ha lavorato ad “Ovunque proteggi” di getto, affidandosi alla “benedizione dell’incontro e sotto l’alta protezione del Gigante e del Mago”, inseguendo le singole canzoni in lungo e in largo per l’Italia per stanarle dai luoghi che le tenevano rinchiuse: Roma, Ispinigoli, Calitri, Rubiera, Scicli, Treviso, Milano.

Un lavoro condotto e cavalcato a ritmi sempre più frenetici, facendo un passo in una direzione e due in un’altra, se del caso sbagliando per poi ricominciare, avanzando spesso nel dubbio, mettendo ogni volta a rischio tutto, fino ad arrivare alla consegna del master alla fine dell’autunno.

In mezzo, sei mesi di lavoro continuo, senza orari, avendo come unico metodo la “colica di immaginazione” che ancora una volta, per Vinicio Capossela, è dietro la narrazione della nuova vicenda: «Niente si è potuto davvero programmare, e nella tensione di portare a compimento le cose ci si è mossi come rabdomanti sul filo dell’intuizione».

Un’intera epopea di incontri, di registrazioni, di magie, si è consumata così nel volgere di una stagione, combusta nella successione degli eventi che ha portato in dono le nuove canzoni.

La porta sulle registrazioni si è chiusa definitivamente alla fine dell’anno, dopo un ultimo ascolto appassionato in presenza dell’amico Nutless, riapparso d’improvviso per salutare la partenza del disco per la stamperia germanica: «A fine disco invitai Nutless, preparai lo champagne, chiesi due ore lo studio e ce lo portai dentro. Mi ubriacai dirigendo tutta quella musica che in quei mesi era stata la mia ossessione, dirigevo l’opera finita, e infine la congedai. Fu l’ultima volta che ascoltai il disco».

L’album, finito e stampato, adesso è qui. L’affresco s’apre sulla tempesta, ma merita un’ultima notazione a proposito del pezzo che dà il titolo all’album.

La prima stesura di “Ovunque proteggi” è in una versione strumentale che appartiene alle sessions de “Il ballo di San Vito”, album del quale avrebbe dovuto rappresentare la chiusura, una volta ultimato. Ma le parole non arrivarono e “Il ballo di San Vito” si concluse senza quel brano.

Pur tuttavia rimase la musica, una musica che, come ricorda oggi lo stesso Capossela, «aveva qualcosa di sacro, se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra, però, non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta, a mio modo».

Ed è stato così che la canzone che per prima si era sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura, sia in realtà stata quella a cui tutte le altre composizioni si sono ricongiunte nel corso dell’anno passato, per arrivare a formare il nucleo di un intero disco.

“Ovunque Proteggi” – I Luoghi

Roma: al “Forum Music Village”, incastonato sotto una basilica sono stati registrati i corni e i timpani del pezzo imperiale per eccellenza: “Al Colosseo”. Per molti versi questa registrazione ha coinciso con la posa della prima pietra del nuovo disco.

Rubiera (RE): il quartier generale della prima parte della lavorazione del disco. Nella pianura padana resa arroventata dall’estate e dal riverbero dell’asfalto e delle lamiere di eternit, lo studio ricavato da vecchie celle frigorifere denominate FRIGORALP è stato teatro di registrazioni epiche e di molte prime stesure dei brani: qui si sono condensati il suono soviet-techno di “Moskavalza” e quello della struggente serenata “Pena del alma”; qui hanno trovato forma gli altri suoni di “Brucia Troia” prima dell’incursione in terra di Sardegna.

Ispinigoli (NU): la grotta preistorica è stata cava di pietra, labirinto e città in fiamme per la registrazione di “Brucia Troia”. Una cattedrale aperta nella terra, con una stalagmite di una trentina di metri – la più alta d’Europa – e migliaia di gradini che conducono dalla luce esterna alle sue profondità. L’aria primordiale ha dato vita a una delle visioni più profonde del disco, evocata con addosso una pelliccia di montone nero venduta dal conciatore di pelli di Orroli, la maschera da boves di Ottana e i campanacci di Tonara.

Calitri (AV): nel paese natale del padre di Vinicio, Vito Capossela, per registrare “Dalla parte di Spessotto” con i musicisti che suonarono 40 anni fa al suo matrimonio con Antonietta. Ancora oggi Rocco Briuolo, “Tuttacreta” e “Matalena” sono soliti incontrarsi e passare il tempo seduti fuori dall’ufficio postale, tanto che ormai tutti li chiamano la “Banda della Posta”.

Treviso: presso il Teatro delle Voci si sono svolte le registrazioni di due brani dell’album. L’Orchestra d’archi Italiana proveniente da Castelfranco Veneto diretta da Mario Brunello ha inciso qui il gran vals impressionante “Nel blu”, mentre lo stesso Mario Brunello ha dato al suo violoncello la forma da primo vascello che regge l’intero impianto armonico di “S.S. dei naufragati”.

Scicli (RG): nella Chiesa di San Bartolomeo il corpo bandistico “A. Busacca” diretto da Roy Paci ha dato voce alla gioia de “L’uomo vivo”, brano ispirato alla festa della Resurrezione che si svolge proprio a Scicli nella domenica di Pasqua.

Milano: sono stati diversi i luoghi a Milano che si sono resi “ambiente” per le registrazioni del disco. Scarlatti Grad con il suo pianoforte da camera, ad esempio, registrato per “Lanterne rosse” con sottofondo di tram sferraglianti in lontananza. Oppure il Cicco Simonetta, perfetta ambientazione per il pianoforte da saloon catturato quasi furtivamente per “Pena del alma”.

Ma anche la Chiesa di San Cristoforo sul Naviglio, dove il Coro della Cappella di San Maurizio ha registrato gli splendidi cori di “S.S. dei naufragati”, nel corso di una session di grande intensità emotiva.

E infine le Officine Meccaniche Next, quartier generale dell’ultima parte della lavorazione del disco. Qui si sono registrati pezzi dalle suggestioni più diverse, come “Non trattare”, “Medusa cha cha cha”, “Dove siamo rimasti a terra Nutless” e “Ovunque proteggi”, oltre a completare e chiudere, nella molteplicità tentacolare del mixaggio, gran parte degli altri brani del disco: “Brucia Troia”, “Dalla parte di Spessotto”, “Moskavalza”, “Pena del alma”, “Lanterne rosse”.

Fonte: www.capossela.warnermusic.it

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nov 7 2011

Louis Prima nella neve – Vinicio Capossela

Ah compagni miei! Questo fuoco è qualcosa per davvero, e bisogna che qui, stasera, ne approfittiamo e ci raccontiamo tutto… a ognuno il suo, bisogna che la proviate questa fiamma… e inizierò io per primo, che l’ho sentita… e vi dirò del mio migliore ricordo, della notte in cui le nostre anime veloci incontrarono Louis Prima!

Nevicava a sifone quella notte di Natale… a tutta mandata… S’alzava a folate… anche sul lungomare.

Laggiù… nella “California”, la Riviera, dove il mare è solo la piscina degli hotel. Però la gente sommergeva le strade… si camminavano uno sopra l’altro… e le luci della festa si confondevano con le insegne dei neon.

C’eravamo tutti della ghenga… Ed nella tormenta… Rastafaro, Cato Blepa e tutti gli altri… e mi chiedevano impazienti… ma… poi questo Louis Prima… chi è… com’è… che roba suona? Ma qua lo conoscono? E io rispondevo, eh, è la prima volta che viene… quando era vivo, aveva paura degli aerei… perciò non ha mai volato! – E adesso? – Adesso è morto, e non ha più paura di niente!

Parcheggiammo e ci calammo dentro… non si vedeva niente per via della folla e del fumo tra le lucette rosse… Ci fu un applauso e immediatamente entrarono i Witnesses, i testimoni. Testimoni! Così si chiamavano e così erano vestiti… avevano l’aria di potere testimoniare su tutto… matrimoni, rapine, Geova, tribunali, qualsiasi giuria li avrebbe creduti… erano tutti biondini, con la scrima fatta, ma il batterista no… a quello non l’avrebbero creduto, perché era basso e nero… e per primo rise in faccia agli altri, lanciò le bacchette per aria… le bloccò in presa… staccò il tempo e lo spettacolo partì.

Bum Bum… le mani sul contrabbasso… tip tap… uh uh… che bravi ragazzi! Attaccarono i fiati… con un rif propiziatorio… e in quella bufera di neve che infuriava lì fuori erano così caldi da scioglierla prima ancora che si posasse per terra! Oba, oba stantuffava la sezione… e poi… da non crederci del tutto… ecco… tratatrap… l’esuberanza della cornetta… che si affacciò da dietro la tenda rossa del sipario… prima il cono della tromba, e poi lui… eccolo che esce… con l’occhio vivace come un lampeggiante… auff… immaginatelo ora… guadagna il centro della pedana col ritmo nei piedi a tempo, e tutti BRAUM! Cadono conquistati soltanto alla visione… e iniziano a fischiare da lupi, invasati, come a gara con gli acuti della tromba, …

Ed eccolo finalmente davanti all’asta, pronto al match con il microfono… Ammiccante con la sua voce da negro che ha perduto la voce cantando tutta la notte prima… “I’m just a gigolò… just a gigolò…” e da dietro la quinta, dal velluto… uscì lei… Kelly Smith graziosa come una figurina Miralanza… che subito attaccò il coretto a risposta… “Gigolò gigolò… gigolò…”, e poi il ritmo si fece più incalzante… il batterista andò sul piatto… “AAAAint got nobody”, cantava tutta la banda… e Louis Prima ripeteva sconsolato… “Nessuno… nessuno… non ho nessuno che mi ama…” fino a che cominciò il tremore… cantando in un idioma incomprensibile… mentre il coro si accaniva… AIN’T GOT NOBODY… in anticipo, come una pallonata presa in rimbalzo… dicevano NO NO NESSUNO… e il tempo cresceva più ossessivo e pesante… e allora, per meglio dare a intendere come davvero si sentisse solo, iniziò a urlare , implorante e soddisfatto, in dialetto siciliano… NUDDU NUDDU! che significava sempre e soltanto NESSUNO e i testimoni gli rispondevano e confermavano anch’essi… NUDDU NUDDU!

E Prima sempre più in preda alla fascinazione gorgogliava in gemiti primitivi… “Scrammin screammin… stasseiduhup… overren… no one… no one…” fino all’apoteosi risolutiva… “SÌ SÌ… a nessuno importa niente di me!” E anche noi, anime perdute e sparse nel mondo gridammo… NESSUNO NESSUNO… Evviva evviva! Louis Prima si inchinò e, orgoglioso nella sua camicia rosa, gonfia di volants traboccanti da mezzo la giacca smoking del vestito blu elettrico… sorrise. Aveva il collo largo e taurino, i lineamenti spessi, carnosi, i capelli unti, neri, il naso grosso e il sorriso rassicurante. E disse “ehi laggiù, sentite bene?” E noi SÌI! Anch’io qui mi sento benissimo! Compagni… io li guardavo coi miei occhi giovani… e attraverso il luccichio dei vestiti e degli strumenti… intravedevo le notti dei casinò di Reno… le code delle Cadillac, le foto dei vecchi parenti scolorite.. e mi tornava alla mente il titolo di un loro vecchio disco… THE WILDEST! I selvaggi, gli invasati… i più invasati! E in quel momento… trattenuto per una frazione soltanto a questa deriva di vita… erano davvero lì… selvaggiamente… per noi.

HOT HOT! Louis Prima cantava e sudava e sudava e cantava… e i testimoni peggio di lui… fino a quando attaccarono quasi a tradimento una marcetta italiana da matrimoni con spumoni, e la sala intera fischiò in visibilio… “Angelina… just your cosce are so nice Angelina!” Uh Uh! facevamo tutti “Pizzeria, supermenestrone, my caro mio…” Woh Woh! E ci abbracciavamo tutti e si abbracciavano loro mentre quel ritmo di tarantella appena accennato sbocciò e si trasformò in un indiavolato, il più indiavolato swing! “C’è la luna ’n mezzo ’o mare… mamma mia a chi t’hai a dare… si ti dongo a lo musicante… iddu va iddu vene, lo strumento a le mani tiene… se ci pigghia la fantasia lo strumento è ’a figghia mia!”

E la fantasia allora ci prese a tutti quanti, così, come in un vulcano, che dentro brucia e a vederlo fuori è coperto di neve… Uh Uh! “Zooma zooma baccalà…” quella era la notte che avrebbe superato le altre! Balliamo in cerchio, stappiamo in coro… saltiamo tutti quanti sulla luna ’n mezzo ’o mare, come su una palla di cannone, come su un colpo a salve! E adesso… Louis Prima… te ne puoi anche tornare laggiù al tuo deserto che tanto qui ce n’è salita così tanta di fantasia, da poterti resuscitare a ogni vera selvaggia baldoria! E Louis Prima… rise.

(da I cerini di Santo Nicola, Natale 2002) Vinicio Capossela

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ago 24 2011

Cafè Chinaski

Era un disastro.

Le avevo provate tutte per risollevare le sorti di un locale che gestivo mio malgrado.

Avevo riempito gli scaffali di libri, i miei preferiti, avevo noleggiato un pianoforte, un Anelli-Cremona, di cui ancora oggi vado fiero visto che l’ho riscattato, mi ero invertato cucine alternative, commemorazioni, nuovi cocktail, facevo credito agli studenti…Avevo però sopravvalutato la realtà dell’Interland urbano: nessuno può insegnare la vita a un ragazzo di periferia.

Ma più do ogni altra cosa avevo sottovalutato un’altra realtà, ben più importante: i sogni non attecchiscono sul perlinato di un ex pizzeria.

Ormai il Cafè Chinaski mi stava prosciugando.
Dopo aver dato fondo ai risparmi e dopo essermi stordito ogni notte, navigavo verso un porto di nebbia e sirene.
La notte era il mio iceberg e a furia di cozzarci contro sentivo l’affondamento vicino.

Ci sono momenti in cui vorresti essere da un’altra parte o addirittura essere un altro, ma è proprio in quei momenti che sei già da un’altra parte, sei già un altro, solo che ne rendi conto. Quello è il momento di fare il botto, l’uscita teatrale, lasciare con stile e non con rabbia.

Mi decisi.
Era una sera di febbraio del ’96.
L’ultima sera del Cafè Chinaski si sarebbe chiamata “L’affondamento del Chinaski”.

Invitai tutti gli amici che mi erano rimasti e i nuovo che avevo trovato. Sparsi la voce e la voce si sparse.

Spesi tutto quello che mi rimaneva per riempire il locale di approvvigionamenti e luci e atmosfere.

Era un sabato. Fuori c’era uno strano preludio primaverile che non c’entrava  assolutamente niente con il mio stato d’animo o forse si.

C’erano otto anni di storia da celebrare, otto anni di prigionia, di lotta per inventarsi il giorno dopo, otto lunghissimi anni di domiciliari.
Un momento bello, in questi otto anni, non c’era stato dentro il Cafè.

Tutto era bello solo quando ne ero fuori.
Mi ero addirittura inventato il viaggio per le cento città che ogni mercoledi di chiusura io e Mr Mall facevamo senza meta con partenza dal Cafè martedi notte e ritorno giovedi, in mattinata. Era il mio modo, anzi il nostro modo, di affrancarci da ogni tipo di prigione, ognuno aveva la sua.

Le prigioni possono essere a cielo aperto. Forse era per questo che ogni volta che rincasavo, sull’uscio di casa percepivo sempre uno strano ma familiare odore di chiuso.

La gente cominciò ad arrivare numerosa, la voce si era sparsa proprio bene. Decisi di far pagare un ingresso: ventimila lire.
Poteva sembrare uno sproposito, in fondo si trattava di una bettola di periferia.

Pensarono la stessa cosa i primi avventori, ma quando spiegai loro che in realtà con quei venti sacchi potevano bere a oltranza qualsiasi cosa riuscivano a trovare nel locale e si poteva ordinare all’ingrosso, una luce pervase gli occhi dei primi e la notizia girò sino agli ultimi.

Il locale conteneva al massimo sessanta persone in piedi, ma continuavano ad arrivarne a frotte. Era un bivacco.

Una ragazza si avvicinò al bancone domandandomi sei chupiti di rum.
“Ma scusa, ” le dissi, “perchè non ti prendi tutta la bottiglia e te la bevi con i tuoi amici?”
“Ma posso?”
“Certo che puoi, una volta pagato l’ingresso hai pagato per sempre.”
“E’ piuttosto insolito” disse.
“Non c’è niente di insolito nelle sconfitte.”

All’angolo del pianoforte si alternavano amici sotto la luce blu proiettata da due fari acquistati per l’occasione.

Obici di vetro fluttuavano dal bancone al piano. Intanto io declamavo i miei primi versi pubblici. Ognuno aveva la sua da raccontare, i propri rancori da spendere mentre la maliconia faceva posto all’euforia.

La poesia di certi momenti faceva spazio agli eccessi gastrici.
Il bar si stava lentamente svuotando.
Vidi io stesso la creazione del cocktail dell’affondamento.

Ad un tavolo una coppia di amici stava miscelando Chianti e Jack Daniel’s e alla mia domada: “Ma non vi farà male?” La risposta fu: “Tanto siamo venuti in bici!”.
Sentivo già il presagio dell’odore di vomito, vino racido e patate fritte.


Intanto, nei pressi del pianoforte, si continuava a produrre poesia e rabbia e quando Mr Mall disse: “Le cose gratuite sono quelle che costano di più, amici: costano lo sforzo di capire che costano di più,” capimmo che era l’inizio della fine.

Si arrivò persino alla lite.

Un paio di fedelissimi del Chinaski inveirono contro tutta quella gente che in otto anni non aveva mai visto. Fossero venuti più spesso, accusavano, io non sarei stato costretto a chiudere. Non avevano capito nulla. Mi stavo liberando del mio incubo e forse lo sapevano e sapevano anche che non avrei voluto rivedere più nessuno per un bel pò, che le mie sbronze avrei continuato a prenderle in solitaria senza complici. Avrei avuto una mira infallibile, la sbronza perfetta, io e i gatti seguendoci e inseguendoci, rimanendo in piedi solo per non avere scelto ancora da quale parte cadere. La mia solitudine riempiva il loro mondo e ora che li lasciavo soli non avrebbero più saputo dove portarlo.

Su uno scaffale regnavano ormai in solitaria due magnum di Ramazzotti, una bottiglia di Strega e una di Galliano.

Il Cafè Chinaski era stato prosciugato. Era la mia rivincita.

I vicini si lamentavano del baccano, come facevano da anni anche quando ero da solo nel locale. La notte se ne stava andando, l’icerbeg si stava sciogliendo. Qualcuno rideva di rimpianto e qualcuno già piangeva di nostalgia. Io ero ebbro di gioia. Le cose si ottengono quando non si desiderano più.

Oltranza era la parola d’ordine e nessuno voleva andarsene neanche quando verso le cinque del mattino arrivò una pattuglia dei carabinieri, che mi conoscevano bene, e uno dei tre scese e venne verso l’ingresso, mi chiamò fuori e disse: “Signor Costantino, se va avanti così saremo costretti a farla chiudere”
“Mi dispiace, dissi io, “arrivate troppo tardi..”
Il Cafè Chinaski era affondato.

Da “In Clandestinità” di Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino.

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ago 9 2011

Io e Nuttless – Vinicio Capossela


Nuttless era più grosso di me, ma s’imbriacava meglio di me.
Era il più tecnico.

Sapeva dove andarlo a comprare, per esempio.
Io stavo già solo come un disperato, in una stanza che era stata l’ambulatorio di un medico di campagna. Adesso però di medicina non se ne praticava più. Il paziente ero io dentro ci stavo soltanto con una branda e un frigorifero.

Nuttless mi veniva a trovare, si fermava la domenica..allora compravamo le confezioni da 24 lattine.

Birra Forst, ai magazzini all’ingrosso, e anche lo spumante. Erano i magazzini di quelli che vendono le bibite e le acque minerali, con muletti elettrici per sollevare le cassette e le pile di ogni cosa bevibile.
Quando si pagava bisognava compilare l’ordine. Era una cosa da uomini. Nuttless diceva: “E’ un conforto vedere tutte queste distese di lattine di birre, tutto questo ben di Dio. E’ una cosa che aiuta ..sapere dove finiscono”.

Quando era domenica le birre se ne andavano. Le lattine finivano dapertutto. Che fossero chiacchere o silenzio, le lattine vuote aumentavano sempre di numero.

Per distinguere le vuote dalle piene Nuttless le accartocciava con le mani e poi le buttava via. Era una cosa da uomini.

La macchine passavano di continuo e facevano tramare i vetri. Di notte una luce gialla veniva dal riflettore allo iodio, di giorno invece c’erano solo le macchine che passavano e basta, e li si poteva pure vedere in faccia, gli autisti.

Quando ero con Nuttless anche le macchine non contavano, ne avevamo di più noi da raccontarci di questioni..coprivamo il rumore con le chiacchiere e le birre e il resto. Però nella notte, quando ci restavo solo lì in mezzo, alla mattina presto lì, per il rumore ci diventavo pazzo…

Nuttless era un tecnico. M’insegnò tutto. Dal canto mio ero un barbaro.

Mi insegnò com’era fatto il negroni, a distingure dal rum dal gin, e che il gin era indispensabile da tenere a casa, cosi come l’acqua tonica e le bibite.

Ma la vera questione era il suo modo di affrontare la cosa. In mano a lui niente più era una faccenda da disperati. Tutto andava a posto, erano cose da uomini. C’era da attrezzarsi, imparare ad essere previdenti, evitare i pericoli, riuscire a prenderne in quantità sufficiente, evitare le scassature di cazzo, e tutto questo perchè l’insieme di queste cose aiutava. Anzi era L’Aiuto!

Rimanere chiusi in casa senza un goccio di niente, quello si era già imparato non aiutava, e nemmeno andarselo a cercare di notte, nell’affollamento del circo equestre, anche quello non aiutava. Con le sigarette pure bisognava essere attrezzati.
Però, poi, che ricchezza avere quello che serviva! Birre, vino, sigaretta..bisognava imparare da giovani, poi anche il resto può andare a posto.

A quel punto la miseria viene sconfitta, la gioia trionfa.

Quando si possiede un frigorifero si può già dire di essere qualcuno. Io il frigorifero me lo guadagnai di seconda mano da suo fratello, suonando al suo matrimonio. Era un Rex lo pitturai di verde.

Non usciva tutte le sere Nuttless. Sapeva stare ai box. Sapeva quando ne valeva la pena. Sapeva aspettare. Sapeva anche quanti soldi aveva in tasca e quanti gliene occorrevano di benzina.

Sapeva stare a casa sua e aveva un sotterraneo dove si rintanava. Lì il telefono non ci arrivava, e nemmeno la madre si azzardava a chiamarlo quando s’infossava lì sotto, giusto le zanzare lo scovavano quand’era stagione. Era il seminterrato condominiale. Laggiù in uno stanzino di cantina, la partita era soltanto sua..s’accendevano battaglie..baluginavano epopee.

Nella sua passione non aveva bisogno di aiutanti. Dei suoi soldatini di piombo che rivestiva a pennelo con dedizione da incisore, su in superficie non se ne sapeva niente.

Ma poi arrivarono i giorni dell’uscita.

Era il riservato Nuttless, tecnico. Non si sapeva mai dove avesse da andare. Si era abituato a dire solo cose che riguardavano anche te.

Per gli altri semplicemente spariva. Quando c’era, c’era del tutto, quando non c’era, non c’era più per nessuno.

Sapeva muoversi per appuntamenti, usare il telefono, faceva le cose all’antica..ci si metteva d’accordo, sull’ultima parola.

Conosceva le date delle fiere, ricordava le feste, i compleanni, i giorni di apertura dei bar, le chiusure, sapeva i prezzi degli ipermercati, gli sconti, conosceva i centri commerciali, sapeva quali marche si trovavano in uno e quali nell’altro, e soprattutto era più grosso di me.

E un amico grosso ti salva sempre.

 


Nei giorni dell’uscita ci trovavamo a un bar a metà strada, 15 Km per tutti e due. Caffè Sahib si chiamava. Quella era la partenza..del resto ci vuole sempre un locale da dove partire.
Quel bar deve sapere fare sopratutto i negroni, di sicuro. Se no, non c’è partenza..tutto sta nei primi quindici minuti, come alla guerra. E così..a la guerre comme à la guerre!

Li facevano bicchieri in vasca, così all’impiedi. Siccome era un bar interstatale, andavano presi al volo. Era una folla spolmonata quella che affollava, a gas, berciante, mica una folla cittadina.

Dietro il bancone c’erano i tavoli da gioco e il telefono a gettoni. I ragazzi che li facevano quei negroni, per Nuttless mettevano sempre piu gin che per ogni altro, sapeva come conquistarseli.

E quello per l’inizio. Il resto arrivava per strada e faceva sempre attenzione Nuttless alla strada. Siamo cresciuti laggiù in pianura, cosi, a ruote. Qualsiasi cosa per noi, per succederci, ci ha avuto bisogno di chilometri. Conoscevamo l’importanza del mezzo.

Nuttless si muoveva con la Renault della ditta riparazioni tv, un vecchio modello di famiglia, blu, di vent’anni.

Era attrezzato. Portava il sacco a pelo a ogni stagione, e le chiavi di riserva le teneva in un astuccio a calamita sotto la carrozzeria, sia quelle di casa che quelle della macchina, ma a casa, quando se ne andava, non ci tornava mai.

Si metteva in strada solo alla fine, quando tutto era davvero finito. Guidava come poteva al volante di plastica caramellata marrone, e al primo cedimento si fermava. Usciva, vomitava, e si metteva a dormire, non importava dove, appena riapriva gli occhi ripartiva. In questo modo è sempre arrivato. Continue reading

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giu 22 2011

Il Bar – Elogio del mal di Testa

Il Bar

C’è chi beve e si vanta della propria ubriachezza.

C’è chi si ubriaca e si vergogna dei propri sentimenti.

C’è chi osserva tutto questo e lo sopporto solo bevendo.

Un bicchiere è un’arma micidiale quando lo appoggi vicino al cuore.

La vita va corretta..va corretta..

E’ cosi difficile berla liscia.

Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre Al Bar.

Vincenzo Costantino Cinaski


Elogio del mal di Testa

E’ perchè mi piace svegliarmi col mal di testa
Rintronato,
come la febbre addosso
con le ossa come se mi si fosse passato un camion sopra
marcito nel letto, impastato di sogni
e rumori che ci entrano dentro.

Mi piace essere intossicato
avere le due lineette di febbre
e sempre un poco sudaticcio
col buco nello stomaco
digiuno
e restarci
e bermene un altro per fare passare tutto.

L’aria pulita,
l’aria sana, mi fa pensare solo a delle stronzate
alle bollette, alla spesa, agli agenti immobiliari.

Mi mette l’adrenalina l’attività.

Mi fa cercare impegni,
e mi porta a trovarmi per strade
a prendere treni,
a fare telefonate
ad essere cortese, tollerante e colpevole.

A perdere tempo
impiegandolo.

Ma quando me lo curo per bene il mio mal di testa
è molto più difficile che porti le mie ossa in giro.

Non mi si trova mica a me.

Il telefono lo stacco
e mantengo la posizione.

Nella penombra della stanza chiusa.

Allora si che i pensieri mi iniziano a venire
uno alla volta
affiorano, gorgogliano visioni.

L’intimità!
Pensieri in intimità,
da non volere più smettere.

E così mi lascio stare.
Divento riservato e cattivo,
brutto e sincero.

Ah si! Il dopo è anche meglio della sbornia.
Fa terra bruciata intorno
e le sterpaglie
sono sempre quelle che bruciano meglio

Vinicio Capossela

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giu 14 2011

Radiocapitolazioni – Vinicio Capossela

Chiudete gli occhi, e accendete le orecchie, è una cosa non troppo invadente ma inoculante. A sprazzi, a bagliori!

Apparecchiatevi attorno a un apparecchio radio, trovatevi insieme a casa di qualcuno, vino e castagne, è autunno oramai, e per quanto vada in rovina il mondo, fate attenzione! L’ha dichiarato Cinaski in persona: sarà un bellissimo autunno, prologo di un magnifico inverno..perciò ecco qualcosa per accompagnare la stagione, Le Radiocapitolazioni!

E vi dico che n’è a Quantità, dato che è forse Dio stesso la Quantità! Bisogna Capitolare, alla Grazia, alla Bellezza, all’Epica dovunque sia impigliata, nascosta nella rete della Quantità, nella sua stratificazione tentacolare. Bisogna anzi Radiocapitolare!

Queste Capitolazioni, cha abbiamo registrato in quindici puntate da quindici minuti in onda il 16 novembre alle 20 su radio Rai 3, sono il nostro serial radio, il sequel, una vicenda intera dispiegata, che viene direttamente dalla vita.

La musica, il canto, le parole non è che producono nel cuore più di quello che già c’è, ma sono capaci di rimescolarlo per bene. Vengono dalla vita e tornano alla vita, con un po di centrifugazione, affinchè impazzisca, la vita, come la maionese.
Sì, è il Serial Radio del momento, altro che il grande occhio che vi scruta. Qui è la grande orecchia che vi parla, la vicenda impressa nella lastra di registrazioni al microfono. Tutto viene da questo libro “che non muore tutte le mattine”.

Non so come l’abbiate preso, se qualcuno si è messo nella sua impresa personale di scrutarci dentro, forse vi ci siete persi..forse avete trovato qualcosa. Forse l’avete ignorato del tutto. Mi rendo conto. è una matassa, e le cose vengono ripetute e riviste in molti angoli, e con gran dispiego di parole, ma è poco come i prismi ottici, i caleidoscopi, che ritraggono e moltiplicano gli angoli, amplificano la forma, sfaccettandola, procurandogli specchi.

Però dentro c’è tutto quello che brucia, tutta la perla intravista, tutta la struggenza della perdita, tutta la storia e la geografia, generale e personale.

Perchè la questione è che è tutto vero! Tutto Vivo! Nutless , il mio Nutless esiste davvero, come esiste immagino il vostro Nutless.

O il Chiavicone, o questa città senza cielo sopra. Se non faccio nomi propri, è perchè tolgono il fascino, come fare vedere direttamente le mutande, meglio fermasi ai merletti, quantunque però è tutto a disposizione.
La via Settala come una milonga vuota, il Florida, balera del Maldonado.
La rete tangenziale, la piana ipermercata.

Insomma i racconti sono stati ridotti e narrati, anche per togliervi la fatica, e sonorizzati con tutte le voci che li muovono all’interno. Potrete sentire la vera voce delle balene, dei farneticanti, del pappagallo del negro Dum Dum il viaggiatore, registrato direttamente sulla torre dell’acquedotto, la voce di Kerouac, che dice a tempo, al suo beat it’s the beat, la voce di Tony Castellano, mentre declama Bellezza e Aggita.

Alcune puntate sono davvero qualcosa, il gran finale per esempio, Nice and Nice! Bell’ bell’! Ascoltatelo se vi capita, prendetegli la targa, e poi il bisbiglio stanco dei rebetici, il Sarajevo Taxi, canzone e serenate, Bach! Vi dico c’è ne per tutti! Io non ne so più, non ne posso più, quantunque anche questa è fatta, ed è stato un lavoro da certosini, fatto con amore da bellissimi compagni di cammino, martirizzati per regalarsi nella lontananza la più grande vicinanza.
Soltanto così, in forma di voce, come una telefonata a tutti, che però lascia le mani e piedi liberi.

2004, Note di presentazione del programma radiofonico Radiocapitolazioni tratto da “Non si muore tutte le mattine” Vinicio Capossela

Radiocapitolazioni

1 puntata: LA QUANTITA’

L’invocazione alla Quantità, le voci impigliate nei nastri. La Beresina, l’impero della vasca, la campagna della memoria. Gli spurghi dalla reclusione. Musiche: intonarumori, ululatori, voci a canone. Brano: In the wunderkammer

2 puntata: BARRIO

Le strade vuote del quartiere, Carlo Cinasky, i fantasmi di tango Troilo e Goyeneche. Sur cantata con l’accompagnamento del magnetofono, chitarra incisa. Cacho Tirao

3 puntata: GIRONE TANGENZIALE

La piana ipermercato, la Rete, le voci dalla rete, dalla tenebra della rete. La Grazia di Glenn Gould assediata dalle tubature, nell’ascolto delle camere di motel. Brano finale. Aria variazioni Goldberg al piano preparato.

4 puntata: SUN MOTEL – L’ORACOLO STRADALE

Un uomo si è rinchiuso in una stanza di motel, e si è messo ad ascoltare una sola canzone, una serenata, una cosa nostalgica, una cancion mixteca.. e una volta infranta la solitudine, strozza la donna che l’ha invasa. Negli oggetti della camera del sun motel riportati dalla voce trasmittente del verbale tutta la sua clandestinità. Canzone: Luna del Norte. Alessandro Stefana – pedal steal guitar

5 puntata: LA BALERA DI MALDONADO

Festa alla balera di maldonado il gran rientro delle colline perdute, figure dettagliate che continuano a ballare, aggrappate al bolero… solo dove la si è amata la vita si vede come sono restate le cose orfane di noi… racconto lirico e musicale, con echi da salone delle feste vuoto, e gente che continua a incidere la pista come la puntina incide il disco…Canzone: Cancion de las simples cosas.

6 puntata: IO E NUTTLESS

La saga di una grande amicizia, una cosa da uomini. La figura di Nutless, la sua teoria dell’aiuto, e un amico più grosso di te aiuta sempre. Gamelain in omaggio al teatrino cinese in cui il Nootless di Sergio Leone va a reimmaginarsi la sua vita, e poi what a wonderful world suonata al suo matrimonio, perché così è… life is woderful, la vita è bellissima, e poi ti sposi. Gamelain Tema: Once Upon a Time in America ( Morricone) + teremin Vinicio Capossela – Whats a wonderful world…

7 puntata: WATERLOO

L’epopea della storia e la propria. L’impresa di Nutless avvicinarsi alla grandezza riducendola al minimo della miniatura. La capitolazione. Musiche: Tchaikosky V.C. – tema pianoforte Dov’è che siamo rimasti a terra Nuttless

8 puntata: COSA HA UCCISO JACK KEROUAC

Beat – questo è beat! amare la vita fino a consumarla. Il sound “ beat”, cosa ha ucciso kerouac, e cosa uccide la gioventù, quando da rondini si diventa mosconi…Elegia in morte di Jeff Buckley Musiche Night in Tunisia – Art Blakey Voce recitante Kerouac, d.J mix Gak Sato. Vinili – Alessandro Stefana Canzone: Non c’è disaccordo nel cielo

9 puntata: SARAJEVO – BAR – BARI – BAR

Dai ricordi nella polvere di un piazzale degli autobus a Prilep, Macedonia, i ricordi di un viaggio nella Bosnia appena finita la guerra fino a Sarajevo, alla livida zampata mannara, che gli si è abbattuta sopra. I ricordi di un vestito a ciliegie rosse, e poi l’Adriatico che non è affatto così rassicurante, e tutto si richiama tra le sue sponde… in un’unica e trina lamentazione di culti. Musiche Romika Puceana Voci bulgare Vinicio Capossela – SARAJEVO TAXI Kocani Orkestar

10 puntata: IL GIRONE DEI REBETICI

Un giro tra i congiurati della musica rebetica, che più che una musica è una cospirazione,tra i mangas vestiti a lutto,e i bouzuky accuminati… fino alla taverna Tzozzos, il vertice, la deriva dal mare di metaxa. I cantori che nella loro deriva trovano la perla, e gli officianti che li accudiscono come vestali, nel naufragio dei sentimenti, e tutti fumano, fumano e mandano in cenere il loro cuore, piano piano. Musiche – registrazioni grammofoniche di Papaioannise Markos Vanvakaris.

11 puntata: SOLLEVATORI BULGARI

Organo Farfisa da cartone animato macedone, da salone socialista della ristorazione, gongs da forzuti, sottofondo sintetico porno-orientale, per un racconto dettagliatamente descrittivo sullo sforzo ottuso, lo sforzo senza gloria dei sollevatori di peso nella sala che più che un luogo sportivo sembra una locale, dove la gente mangia lupini distrattamente nella monotonia delle alzate… la grande sfida tra Atanassis, e Afasiev il bulgaro dalla tecnica innovativa e dal grosso telefonoportatile.

12 puntata: IL NEGRO DUM DUM E LA COSTOLA DI GAROPABA

L’umanità divisa in viaggiatori e carcerati. Dum Dum il viaggiatore, la torre d’acquedotto echeggiante delle voci dei suoi pappagalli, dove si è andato a rinchiudere, gli elementi primigeni e selvatici della scalogna e l’umanità rassicurata, l’urlo della betoniera. La costola di balena, la balena Franca così grassa e abbracciabile, da cui provare a ricavare una compagna, e tutto il viaggio per arrivarci laggiù alla spiaggia dei crani interrati di Garopaba. Musiche: Alessandro Stefana, pedal steal guitar Voci balene V. C kalimba Pappagallo Romolo, registrato dal vivo nella torre d’aquedotto del chiavicone, insieme a mosche e cicale.

13 puntata: L’ANIMALE DEL CHIAVICONE (l’orinoco del chiavicone)

Canicola sulle contrade del chiavicone, sui corpi sdraiati sul bordo del mare d’argilla, e le piscine gonfiabili. E poi nella notte umida ecco, tra gli alti fusti dalla voce del ricercatore di animali fantastici Ignaro Tutto, la descrizione del terribile e misterioso animale del Chiavicone. Musiche: effetti fantascienza, pedal steal guitar, teremin, animali della cupa. In coda l’elegia del rientro, il divorio del treno, introduzione a pedal steal guitar, Alessandro Stefana cicale a elettrodo.

14 puntata: NICE AND NICE prima parte

Una lezione di vita, da chi è più avanti nel cammino, che almeno in questo mestiere qualcuno è rimasto a lasciarti i suoi stivali per fargli continuare la strada con i tuoi piedi, a spasso nei gironi del be bop, in compagnia di Tony Castellano, filosofia e mondo dello spettacolo, alla ricerca della bellezza, della Grazia in cui dio God Tutt’ Quant’ si è fatto intravedere…Musiche:registrazioni in vinile di Lennie Tristano Bill Evans Tony Castellano Goldberg variations – Glenn Gould 1955

15 puntata: NICE AND NICE seconda parte

La dottrina dell’ “aggita”, Puccini favorito di Dio, l’ultima serenata, e la voce di Tony Castellano… Madame Butterfly voto alla mobilità… prenderò d’anticipo il mattino. Musiche: Aggita – Nick Apollo Forte Maria Callas – un bel di vedremo Tema: qualcuno volò sul nido del cuculo + teremin Tony Castellano – brani tratti da Wonderful Ones.

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giu 8 2011

Chi va per mare il mare se lo prende – Vinicio Capossela

E Dio creò un grande pesce per inghiottitrici.

Essere ingoiati dal pesce è la premessa della trasformazione. Cos’è il Levitiano?

Qualcosa di piu grande di noi. Un percoso da fare.

E’ il sacrificio, l’espiazione, i 40 giorni nel deserto. Ora cos’è questo pesce? Esiste un pesce capace di inghiottitrici?

C’è e come, è questo il grosso pesce che somiglia ad un baraccone, in cui non regna ne virtù, nè conoscenza e nemmeno senso del destino.

Solo queste continue incessanti esortazioni dal basso.

E io vi dico invece che per quanto siamo fango impastato con uno sputo di divino, cè comunque del divino in noi, anche nello sputo.

E ovunque e comunque ci vuole coraggio e cuore di cane, come il pesce che l’osso se l’è messo dentro, nello scheletro, per navigare e smettere di proteggersi fuori con una corazza…e poi senso del destino..e dunque bisogna essere un poco profeti.

E poi i mostri, le balene, le creature del sogno, che sono dentro di noi, enormi, molto più piccolo involucro di corpo che ci contiene.

Cose enormi come la morte, l’anima, l’amore, la paura, Dio, God, Tutt Quant’. Tutto quello che è infinitivamente più grande di noi, ed eppure sta in noi.

E’ questo che abbiamo cercato di mettere in questo spettacolo e in questo lavoro.

Perciò ora salpiamo, e procediamo a vista di cabotaggio, cè un piccolo gazzettino di navigazione, che non contiene rotte, ma indicazione avute da chi è passato in quei luoghi prima di noi.

Incontreremo forse cannibali, e poi amanti, e penzoleremo impiccati in punta di pennon, incontreremo i fantasmi della raffica bianca, lo Harza delle fiabe dell’est, il terrore, il bianco colore dell’assenza.

Dovremo lasciarci alle spalle affetti e famiglia e ne subiremo la nostalgia, il dolore nel Nostos, del ritorno e del ricordo. Gli inganni dell’attesa, i suoi simulacri. Ci impiglieremo in vite che non sono le nostre, come l’isola di Calispso, colei che nasconde.

Scenderemo nel regno dei morti e interrogheremo il profeta Tiresia. Incontreremo balene imbalsamate e balene bianche, fino a che il mare ci si richiuderà sopra come una pentola e forse risorgeremo.

Andare oltre il ritorno, folli come quando si inizia una nuova vita e si taglia il ritorno dietro di sè. Avremo per compagne le Pleadi, il diadema del cielo, amico dei naviganti.
Scopriremo il nostro coraggio e la nostra codardia nel momento della scelta. Urleremo al cielo la nostra ribellione del silenzio di Dio, alla mancanza di giustizia.

Imploreremo la cura ferita inflitta dell’amore. Incontreremo chi ci racconterà lo storia dall’inizio, come se ci fosse stato. Pregheremo povere statue ornate da conchiglie, che ci guarderanno comprensive, ma non potranno fare niente per noi.

Fino ad arrivare al canto delle sirene che ci canteranno la nostra storia, la nostra vita per intero, com’è andata, come avrebbe dovuto essere.
Il loro canto ci restituirà tutto quel poco di divino, la perla intravista e frammentaria nel fango della creazione.

La luce del nostro cammino, dal niente al niente.

da “Marinai Profeti e Balene” Capitano Vinicio Capossela

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giu 7 2011

Estate – Vinicio Capossela


Ero giovane, frequentavo quel gruppo di devoti alla causa del be bop che gravitavano intorno al Chet Baker di Bologna, e che Jimmy Villotti descrisse in modo indimenticabile nel suo libro “Gli Sbudellati”.

Una sera, dopo il nostro concerto a Livorno, concerto importante perche seguiva l’uscita di Modì, disco dedicato al livornese Amedeo Modigliani, tra tutti il bohemien più eroico, da una macchina parcheggiata Piero Odorici faceva bere al resto della banda le note di Estate nella versione di Joao Gilberto, quella registrata nel suo capolavoro amoroso.

Erano li, accanto alla macchina che aveva le portiere in fuori, come orecchie aperte alla notte, sui fossi, i canali “veneziani” di Livorno..mi avvicinai, come richiamato da una sirena , mentre deambulavo fuori dal ristorante..come una falena abbagliata, mi spiccicai dentro quella melassa dolce..la cadenza lenta, la voce sciripposa e densa di Gilberto, gli archi volanti e intensi di Claus Ogerman, e poi questa melodia invincibile…
estate…se calda come i baci che ho perduto…
Le parole cadevano dense, rallentare, e gli archi gli dipingevano sopra tutta quell’aria di primavera incombente ..quella ventata che non lascia mai niente in saldo, che porta via una stagione con un’altra..così mi sentivo ascoltando quelle note sui fossi: sul bordo di una stagione..la canzone mi ci portava come su un tappeto volante. Tappeto lussoreggiante, vinoso.
La melodia come un rasoio tagliava la vita da sotto i piedi…e poi la disperazione più densa di promesse..tornerà un altro inverno..cadranno mille pelati di rose..la neve coprirà tutte le cose..e forse un pò di pace tornerà..
Odio l’estate..Il mio tempo ha dato ragione a questi versi. Col tempo ho imparato ad amare l’inverno, la bianchezza cauterizzante della neve, il suo saper sedare le passioni..e a diffidare della virulenza dell’estate. Ma allora non ne sapevo nulla. Era soltanto primavera. Una stagione a metà ..sulla soglia appunto.

Pochi giorni dopo, nel girare un clip che accompagnasse le note di Modì, incontrai una ragazza americana vestita da sposa..a Piombino, sul traghetto per l’Elba..passammo tutta la serata cosi, io con la mia fisarmonica e lei con il suo vestito da sposa..Quando la giornata fu finita mi feci coraggio e le dissi che se si era stancata potevo offrirle qualcosa che l’averebbe confortata certamente più di un bagno caldo. Lei si fidò e così l’accompagnai alla mia Lancia Beta HPE, non era l’Alfa Romeo di Chet Baker, ma ugualmente sapeva prendere le curve dell’Aurelia. Quando fummo dentro, dissi “ecco, questo e il mio bagno caldo” e Joao Gilberto di nuovo riaprì la sua ferita.
Estate ..sei calda come i baci che ho perduto…
Mi innamorai, e tutto il mistero di quella stagione fini in quelle note.


Nello stesso periodo conobbi un pianista, Tony Castellano, uomo ancor piu grande del suo pianismo..c’era tutto quel mondo che come un pezzo d’iceberg si era staccato dall’età del be bop ed era arrivato fino a noi.

Ricambiava l’ospitalità che gli offrivo insegnandomi a suonare Estate.

Lo constringevo ad accompagnarmi a tarda notte, a cantare estate come per spiegare all’aria quello che stavo sentendo..gli accordi erano ancora più densi delle parole.

Si svolgevano l’uno nell’altro, tornando al punto di partenza e poi si aprivano e c’era da prendersi la vertigine ..tornerà un altro inverno…ma era in quella apertura che si invertivano le stagioni..cantava dell’inverno, ma lo faceva col sole dentro, e invece nel ricordo dell’estate, in quegli accordi, c’erano tutte le folglie gialle dell’autunno.

Castellano amava molto Estate, me la rivelava come un miracolo. Mi parlava di quanti anni l’avessero interpretata, di come fosse uno dei pochi pezzi italiani con un vero miracolo melodico profondamente italiano ad essere entrato nel repertorio dei grandi standard interpretati da tutti i maestri del jazz.

Dopo quella primavera, la vita mi diede modo di prendere il vento di tutta quella nuova stagione e poi di seguirne le evoluzioni. fino alla fine. E quando tutto si fu consumato, solo quando l’aereo definitivo fu preso e la vita ci mise di mezzo i continenti, allora decisi di registrare anche io Estate. In una serata dal vivo che fu per tutti indimenticabile. Una serata che iniziò con Estate e finì con una fanfara macedone nelle strade adiacenti il Naima Club e si chiamò Liveinvolvo.

Giancarlo Bianchetti, il chitarrista, isolò gli accordi a grappoli.
Li svolgeva lentissimi, pieni di rivolti e densi. Il pedale del tremolo li rendeva scuri e misteriosi, un suono liquido su cui appoggiarsi per cantare infine anche la mia estate, sei calda come i baci che ho perduto…

Ognuno deve avere una sua ferita per poter cantare quella canzone e deve esserne anche avviato alla guarigione per poterla cantare in pubblico, e non a una persona sola.
Almeno per me fu cosi, ma non posso immaginare Estate cantata come qualsiasi altro brano di repertorio. Estate ha una sua stagione nella vita, esattamente come quello di cui racconta. Giuliano Bianchetti, che di tutti aveva la più profonda saudage nell’anima, la arrangiò a quel modo, e così la canzone uscì dalla stanza chiusa del pianoforte. Era un pezzo da affrontare senza il riparo della tastiera. Cosi, all’impiedi, davanti al microfono. E così feci per tutta quella stagione.

Un anno dopo, in agenzia, arrivò una telefonata del maestro Bruno Martino. Lasciò detto che avrebbe desiderato parlarmi. Io ne fui profondamnete emozionato.
All’epoca vivevo nelle stanza di motel. Ma ne andai nel mio preferito, e da li dentro richiamai. Aveva una voce molto giovane il maestro, e parlava con un’intimità disarmante.
Disse che aveva apprezzato la nostra versione, e però era curioso di sapere come mai avessi inserito la sua canzone in un disco del genere. Disse anche che un poco invidiava il poter fare di testa propria, lo sperimentalismo che c’era il quel disco.

“Io – confessava – mi sono sempre dovuto preoccupare di fare le cose in maniera orecchiabile…di fare quello che il pubblico si aspettava da me..Certo questa canzona l’hanno cantata i più grandi al mondo, mi ha dato tante soddisfazioni..però…- si scherniva quasi, insomma – però, il testo non è un gran che, è un po meloso..un pò..”.

Intanto dall’altro capo del telefono pensavo che erano quelle e soltanto quelle le parole per quella musica…tornerà un altro inverno ..cadranno mille petali di rose…erano tutte cosi precise, come il proprio nome, non si può immaginarlo diverso, eppure quanto era commovente questo rimpianto, questa cosa inafferrabile..l’opera, lo scrivere, non lascia in pace nessuno..ognuno scopre i suoi limiti attraversandoli..e porta più avanti la strada, fornisce qualche assicella in più ad altri che cercano di andare ancora più avanti..

Fu grande lezione di umanità e di umiltà quella telefonata, e anche generosità. Per conto mio, cercai di raccontare la mia storia, che non era altro che una in più, una di quelle che le canzoni attraversano per conto loro, una volta liberate dell’invulucro e mandate in giro.
Il maestro l’ascoltò come un buon padre comprensivo.
Dall’altro capo del telefono mi sembrò che vedesse da lontano un altro degli orizzonti che quella sua creatura era andata a toccare, come quando si hanno notizie da parenti lontani..”ah, si..suo figlio..l’ho visto un anno fa da quelle parti…sta bene..”

La telefonata finì. E mi sembrò come un destino compiuto. Estate poteva continuare il suo giro della terra, come una cometa che segnala all’orizzonte una terra promessa che non si può raggiungere.

dal libro “Odio L’Estate” Vinicio Capossela

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mag 10 2011

Marinai Profeti e Balene – Vinicio Capossela

Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela Marinai Profeti e Balene, il nuovo doppio disco di inediti di Vinicio Capossela.

I temi esistenziali della grande letteratura di mare sono qui evocati da una complessa architettura musicale, da arrangiamenti che sono una vera e propria colonna sonora dell’immaginazione e dall’asciuttezza atavica della musica cretese.

Molti e insoliti sono gli strumenti utilizzati: le percussioni indonesiane gamelan, la viola d’amore barocca, il santur, le onde Martenot, il theremin, la sega musicale, l’ondioline.

A sostegno della voce, una grande varietà di cori: da ciurma (i cosiddetti Drunk Sailors), di voci bianche (Mitici Angioletti), ancestrali (come quelli di Valeria Pilia e le donne sarde di Actores Alidos), classici (il Coro degli Apocrifi, una formazione di 16 elementi) e anni Trenta con “special guest” le Sorelle Marinetti.

Nella ciurma storica di Capossela risaltano il braccio elettrico di Vincenzo Vasi e i plettri di Alessandro Asso Stefana. Ma anche gli ufficiali dei primi dischi sono stati richiamati: Jimmy Villotti (chitarra), Ares Tavolazzi (contrabbasso), Antonio Marangolo (saxofoni).

E uno stato maggiore di ospiti illustri: i newyorkesi Marc Ribot (chitarre) e Greg Cohen, il brasiliano Mauro Refosco (percussioni), una ragguardevole rappresentanza di solisti della Scala, il tanguista-rockero Daniel Melingo; i patafisici catalani Cabo San Roque, creatori di bizzarre orchestre meccaniche; e il patriarcale Psarantonis, ovvero Antonis Xylouris, lo “Zeus con la lira”, leggenda vivente della musica cretese.

Vinicio Capossela ha costruito lo scheletro del suo Pequod a ottanta metri a picco sul mare. Con il gesto proprio di Fitzcarraldo, ha fatto issare fin sul Castello Aragonese di Ischia un pianofortecapodoglio degli anni 30 – un Seiler, tanto per restare in tema. Lassù, solo i gabbiani e gli spettri del mare hanno assistito alla registrazione dell’ossatura.

Con lui, una “picciola compagnia” formata dal maestro d’ascia e arrangiatore Stefano Nanni e dell’armatore sonoro Taketo Gohara. Il fasciame è stato preparato negli studi di Radio Capodistria; l’alberatura a Berlino e a Creta, fiocchi e vele nei neonati studi de La Cupa, a Milano, mentre messaggi in bottiglia andavano e venivano attraverso gli oceani.

Il vascello ora è pronto per il varo e per il tour di presentazione.

Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela Marinai Profeti e Balene

Un’antica metafora vuole che nel temerario navigare gli uomini trovino virtù e conoscenza, e che là, sullo spaesante mare, cioè lontano dalla terraferma e dalle ferme leggi degli uomini, meglio comprendano la loro esistenza e il loro destino.

Marinai, Profeti e Balene ci porta con sé su quelle rotte estreme, ci dice che è tempo di mettere noi per l’alto mare aperto. Si tratta, beninteso, dello smisurato mare immaginario di Vinicio Capossela, quello che alcuni libri immortali hanno popolato di favole, spettri, voci e creature fuori scala.

E diconsi qui immortali i libri che continuano a sospingere i viventi verso mete che li oltrepassano.

Figlio della lunghissima immaginazione occidentale, Vinicio è stato spesso il fededegno Ismaele di burrasche e naufragi.

Stavolta invece si volge alla sostanza mitica della sua vita e vi vede una verità intollerabile. Quale sia, lo dirò alla fine. Intanto, godiamoci la crociera.

Ecco subito gli oceani ottocenteschi di Conrad e di Melville, squassati da prediche, da incubi freddi, da volti gravi come suoni d’organo; ed ecco il mare rapsodico di Omero, con la sua aria da kolossal, il suo eroe illuminista e i suoi dei fenomenali.

Ovunque incombe l’oltremare dei presagi, attrazioni locali che influenzano le bussole di chiesuola di chiunque navighi nell’apparente anomia del finimondo. Ascoltiamo le voci veggenti di Tiresia, del carenato Padre Mapple, delle retrospettive Sirene. E quella biblica di Giobbe, col suo bell’acciaio martellato di dolore.

Da sotto la superficie specchiante delle acque, risuonano gli abissi disneyani di Céline e sospira in apnea il tentacolare Polpo D’Amore. E finalmente affiora Lui, il più grande di tutti, il più terrificante e il più richiesto: il mostruoso Leviatano, l’orrenda balena senza colore, incarnazione del male assoluto!

Ed ecco ancora le voci di Lord Jim, Billy Budd, Odisseo, Calipso, Polifemo, l’Aedo, le Pleiadi… tutte incastonate in una fantasmagoria di ballate, gighe, prison songs, canzoni da giaccone, da peplo, da uniforme, da scafandro, o in pezzi di pura evocazione, brevi e perfette colonne sonore della vita tra i flutti. Anche i mezzi di bordo sono strabilianti: aulofoni, plettri atavici, flauti primordiali, lire cretesi, gamelan, ghironde, viole barocche, onde Martenot, macchine celibi, e cori, tanti cori, di tutti i tipi, le mille disincarnate voci del mare.

Ora, non so voi, ma io non conosco artista che più di Vinicio Capossela si sappia mettere al servizio dell’opera. Che sappia cioè intonare lessico, strumentario, scelta dei compagni e persino luoghi di registrazione, alla “cosa in sé”. Altri vi sapranno precisare i dettagli del Pequod caposseliano, del suo lento cantiere sulle rotte atlantiche e mediterranee, del maestro d’ascia, dell’armatore, degli ufficiali, dell’equipaggio.

Io vi dirò invece che l’illusione marina di Vinicio deve pur avere un briciolo di vero se ad intaccarla non bastano le corrispondenze con la tanto strombazzata realtà.

Una metafora più recente ci vuole tutti su una stessa barca, per giunta governata dalle leggi marziali di pochi, pochissimi uomini. I Marinai, i Profeti e le Balene di Vinicio, simboli di vita naturante e di epopea umana, ci dicono invece che siamo stati tutti mangiati dal mostruoso, plenario, capitale Leviatano. E qui dentro, finché ce ne stiamo buoni buoni, non ci sarà né virtù, né conoscenza e nemmeno un cazzo di destino. (Marco Castellani)
Marinai, Profeti e Balene – Vinicio Capossela

1. Il Grande Leviatano
2. L’Oceano Oilalà
3. Pryntyl
4. Polpo d’Amor
5. Lord Jim
6. La Bianchezza della Balena
7. Billy Budd
8. I Fuochi Fatui
9. Job
10. La Lancia del Pelide

1. Goliath
2. Vinocolo
3. Le Pleiadi
4. Aedo
5. La Madonna delle Conchiglie
6. Calipso
7. Dimmi Tiresia
8. Nostos
9. Le Sirene

Il grande leviatano

Essere precipitati nel ventre dell’oscurità, nell’umido tepore del grande, mostruoso Leviatano Capitale, dove non regnano né virtù, né conoscenza e nemmeno senso del destino. Cori solenni danno a questa visione biblica ispirata al grande ammutinato Jonà un tono da inno dei Padri Pellegrini. Il cammino dell’oscurità, l’espiazione del peccato, dello spreco della vita, viene invocato per innalzarsi dalla tenebra alla luce. L’inno sfocia in un autentico canto di baleneria, “The whale fish song,” così che il coro, da solenne , si fa canto di lavoro per uomini tali “da cacciarci la balena…” . Uomini che preferiscono cacciare il Leviatano piuttosto che esserne ingoiati.

L’oceano oilalà (rollin’ the whale)

Una giga da cantare, mentre anche le onde danzano a pecorelle. Un coro per farsi coraggio di fronte alla tempesta, di fronte al capriccio del fato, perché “succeda quel che succeda ,ci resta sempre la consolazione che tutto andrà come è già stato scritto. Dunque, che ci importa del tuono? L’oceano farà quello che vuole. Noi vogliamo del Rum, date un bicchiere di Rum!” Il timbro da festa da ballo è fornito dai bretoni Tinuviel di Guillame Souweine, dalla ghironda di Caroline Tallone, e dal coro da ciurma capitanato da David Muldoon (il Tom Waits del Naviglio).

Pryntyl

Musical fantasticante degli abissi, Ziegfeld Follies da bordello anni ‘30, anni in cui Céline ambienta questo soggetto per balletto o cartoni animati, intitolato “Scandalo negli abissi”. La protagonista è Pryntyl, una sirenetta che, una volta ottenute le gambe in cambio della coda , non esita ad usarle, sgambettando e cantando in sirenese.
Lo swing è assicurato dal gusto “Fiesta Snack” dei grandi veterani Antonio Marangolo (sassofoni e arrangiamento), Jimmy Villotti e Ares Tavolazzi, riuniti in questa sessione 20 anni dopo la registrazione di “All’1 e 35 circa”. Il coro flautato del corpo di ballo delle sirene è intonato dalle elegantissime Sorelle Marinetti. Vincenzo Vasi dà fondo a tutto il suo baule di suoni da animazione fantastica.

Polpo d’Amor

Il polpo in cerca di compagna apparso nell’ultimo disco dei Calexico, che al movimento dei suoi tentacoli avevano dato la musica, stavolta si ripresenta immerso in un suono più liquido. Accompagnato, invece che da trombe mariachi, da sezioni di claroni e mellotron e da percussioni acquatiche, nascosto dietro gli spruzzi d’inchiostro emessi dal tremolo della chitarra di Jimmy Villotti, l’abbracciante divinatore è più vivo e più solo che mai.

Lord Jim

La ballata al pianoforte avanza galleggiando sui Gamelan e le vele a ventaglio dell’oceano indiano, sospinta dai cori che, come in un western o in una tragedia, accompagnano l’eroe incontro al suo errore. Canzone sull’irrimediabilità dell’errore, sulla debolezza , sul carattere rivelato dal momento della scelta; sull’errare come conseguenza dell’errore. Qual è “l’uno di noi” da cui ci si separa e quale quello da cui si viene accolti? E’ “l’uno di noi” reso simile a Dio dall’aver mangiato dall’albero e per questo reietto in nome della conoscenza? Oppure “l’uno di un noi”, conciliante e auto-assolutorio in nome del “così fanno tutti”? Quello che poi gira la testa davanti all’ingiustizia, al crimine, alla bassezza, perché a questo basta la propria, comune, debolezza?

La bianchezza della balena

Un incubo reso in musica dalla chitarra allucinata che avanza nella tenebra dei ghiacci antartici; e che, come nel viaggio di Gordon Pym, si spinge fino all’estremo terrificante candore del bianco, fino all’abisso di nulla che si apre davanti alla macchia lattea del cielo.
L’aspetto ambiguo e sinistro del bianco ha il suono innocente delle voci bianche .La chitarra, scura, satura e scandagliante è quella di Asso Stefana. Gli accordi ribattuti si muovono in circolo, disegnati dall’insonnia del concertatore che ha collaborato alla stesura della musica, Stefano Nanni.

Billy Budd

Un blues duro, una prison song, da tamburo di sentenza e catene da esecuzione. La chitarra acida di Marc Ribot , qui principe del Mali, e il contrabbasso di Greg Cohen, mobile come un rettile a evitare i colpi d’incudine del mastro d’ascia Zeno De Rossi, accompagnano al pennone dell’impiccagione i terrori e i desideri dell’ultima notte di Billy Budd.
Billy, il bel marinaio, il gabbiere di parrocchetto, colui che nella nave sta più in alto ed è il più vicino al cielo. Simbolo dell’innocenza che non è in grado di difendersi, esempio della fallibilità della giustizia. Volto immolato al timbro protocollare della maschera che sigilla l’ordine costituito nella sua espressione più irrimediabile: la pena di morte.

I fuochi fatui

Il destino come la balena si riconosce dalla coda. Per quanto mandi sbuffi e segnali lo si conosce solo quando è passato.
Cori solenni accompagnano la manifestazione del soprannaturale, l’annunciazione e il compimento del Fato. Cosa ci spinge , come in un incantesimo, a obbedire, a soggiacere ad un destino che appare premeditato dalla nascita del tempo? Gli stati d’animo si alternano in azioni e riflessioni, come tempesta e bonaccia, fino allo scontro finale, l’urto con la mascella del mostro bianco. Il destino imperscrutabile che nel momento del suo compimento lascia dietro soltanto l’indifferente silenzio del nulla che precede la nostra nascita. La voce recitante di Ismaele, “il solo che – come nel Libro di Giobbe- si è salvato per potercelo raccontare”, è del Principe de las Tinieblas Daniel Melingo.

Job

Il lamento urlato contro il silenzio di Dio, contro la sofferenza senza causa e il trionfo senza merito,l’ammutinamento alla potenza senza giustizia che domina il nostro fato. Il Dio fuori misura dell’antico testamento, che deve nominare il Leviatano per mostrare la sua opera immensa, violenta e incomprensibile. La musica prende l’avvio come ballata salmodiante tra le pietre della terra di Uz e cresce nell’allucinazione elettrica e devastante, incalzando domande cui non verrà data risposta. Resterà la consolazione della polvere e della cenere. L’ebreo errante Marc Ribot sostiene l’urlo di Giobbe, accompagnato dalla tribù nomade degli Xilouris. Il testo è tratto dalla traduzione di Guido Ceronetti.

La lancia del Pelide

Un madrigale sulla ferita che l’amore infligge , quella che solo l’amato che l’ha inflitta può curare. La lancia affilata è la lira cretese di Psarantonis che produce il lamento della ferita. Il balsamo della guarigione è nella viola d’amore, nella carezza piena di partecipata tensione degli archi in quartetto di Edoardo de Angelis.

Goliath

La carcassa imbalsamata e ambulante della balena Goliath,portata in mostra come un freak show. Il suono della gigantesca ,smisurata “Maquina Mecanica” brevettata dai barcellonesi della França Xica , “Cabosanroque”, accompagna, assieme all’organo di barberia, l’esposizione del mostro innocente cavalcato dal cavaliere nano dell’apocalisse. Il loro arrivo libera dal tabù del non uccidere e dalla legge. Libera la violenza , l’anarchico disordine che prelude al silenzio della dittatura. La verità finale fatta di ossa: il Nulla, la Nada.

Vinocolo

L’ubriacatura del ciclope messa a fuoco attraverso la lente avvicinante del vino. Il vino ematoso, il vino di Màrone stuporoso, che domina e travolge cannibali e selvaggi, i barbari.
Una canzone sull’avvicinamento al diverso, che ha il suono della grotta del ciclope. Il ciclope che “non somiglia a uomini che mangiano pane , ma a picco selvoso che se ne sta in disparte dagli altri”. Gli echi e i suoni dei versi gutturali accompagnano l’incontro col “Nessuno da niente”, il piccolo uomo tessitore d’inganni che vince ed abbatte la maestosa , fragile , mostruosa innocenza della natura primigenia. Chitarre elettriche da “peplum” di Asso Stefana, ance e flauti da baccanale di Mario Arcari, voce recitante in greco antico e respiro ritmico di Psarantonis.

Le pleiadi

L’armonia delle sfere studiate da Keplero. I movimenti celesti riprodotti dagli strumenti (arpa, archi, onde) accompagnano come costellazioni la navigazione del pianoforte a vela, dal castello di pietra nel mare omerico fino alla parte di sotto del cielo , dove domina la croce del sud. Un brano plasticamente sospeso che ruota intorno a una tonalità fissa per esprimere gli inganni e i simulacri generati dall’attesa. La distanza siderale che la vita pone tra i destini degli amanti.

Aedo

Registrato a Creta, seduti in cerchio come in un “klephtikos”,con l’ensemble famigliare di Psarantonis, l’ultimo della stirpe degli aedi, lo Zeus con la lira. Una ballata che viene dall’antichità, che attinge al tempo mitico in cui non esiste divenire. L’aedo non canta la sua storia , ma una storia che riguarda tutti. Il tempo della memoria custodito dalle Muse cui solo l’aedo cieco al mondo può accedere “come se avesse visto , come ci fosse stato”. “Soffri e impara e imparalo a cantare” è il compito prefissato per tramandare le sventure che danno gloria al canto.

La madonna delle conchiglie

Al tempo in cui gli Dei abitavano tra gli uomini, ogni naufrago, ogni straniero, doveva essere ben accolto perché in lui avrebbe potuto celarsi un Dio.Tanto più una statua di legno restituita dal mare, con la pelle dipinta di un altro colore. Allora come oggi è più facile essere accolti come Dio che come uomo. A un Dio si ha sempre qualcosa da chiedere, e non ha bisogno di permesso di soggiorno o passaporto.
Ispirata alla santa Restituta venerata in Ischia, e alle tante madonne protettrici di naviganti , questa marcia da carillon di automi è accompagnata da un ensemble di grandi conchiglie suonate dallo specialista Mauro Ottolini, dal clavicembalo barocco e da un corpo bandistico ondeggiante da processione su barche.

Calipso

Gli incantesimi di “colei che nasconde”, il tentennamento in bilico tra lo sparire e il restare , il languore, la clandestinità, l’indugio, sono i temi di questo calipso in setticlavio , i cui continui cambi di tonalità seguono la mutevolezza d’animo dell’uomo che di giorno piange su uno scoglio e la notte gode dell’indugio e della festa dei sensi.
L’incantamento lussureggiante dell’isola dove non cambia mai stagione , la sua vegetazione frondosa da isola dei morti è data dalle percussioni di Mauro Refosco. Il coro delle ancelle è delle Donne sarde di Actores Alidos. La ripetizione circolare e reiterata della musica allude alla tentazione dell’immortalità. Quell’immortalità che si acquista dalle coppe d’ambrosia ,che forse è soltanto “dimenticarsi degli uomini e che gli uomini dimentichino me…”

Dimmi Tiresia

Una ballata ancestrale per scavare una fossa nella terra, versarci del sangue, fare apparire i morti e interrogarli, al suono delle stampelle ritmiche della marimba e delle ossa. La lira di Psarantonis provoca l’apparizione del grande indovino a cui viene da chiedere se è meglio sapere o non sapere, se la nostra donna ci è fedele, se è bene partire o tornare. L’indovino paga il prezzo del suo conoscere con la solitudine. “La conoscenza è distanza che separa, quello che io ora so , quello che tu non sai, questo non si potrà colmare mai.”
Il suono dei plettri, il vibrare severo dei lauti e della chitarra accompagna questo viaggio rivelatore. Il vaticinio finale sillaba un destino che termina con un’impresa incomprensibile e dà informazioni che aiutano soltanto a riconoscere l’enigma.

Nostos

Cori gotici alti come onde d’oceano accompagnano la citazione dell’Ulisse infernale per fare risuonare ancora il suo ammonimento sferzante: “Fatti non foste a viver come bruti”.
Esortazione solenne per vincere il ritorno, per lasciarsi alle spalle i recinti del conosciuto, per affrontare il folle volo di ogni nostra nuova vita.

Le sirene

A volte appare la cosa intravista, la perla, che colma la distanza infinita e appena visibile all’occhio. Come il visibile arcobaleno, la cui pentola d’oro non è ancora stata trovata.Questa distanza ce la fanno sentire le sirene, voci che amano cantare nelle notti insonni, nelle notti di birra in cui non arriva più l’alba, ma i volti amati si ripresentano all’appello . La loro seduzione sta nel metterci davanti tutto il mistero della nostra vita, come è stata, come avrebbe dovuto essere. Quella vita che ci tolgono mentre ce la stanno cantando.
Le sirene hanno la voce delle onde Martinot suonate dall’ondiste Nadia Rastimandresy, della commovente viola “Maggini” di Danilo Rossi e del canto soffiato sul limite del niente, del grande sogno della vita che l’ha contenuto.

(fonte: www.laprimaweb.it)

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